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vicino Venamartello, Marche (Italia)

Spesso il nostro incessante desiderio di esplorazione, la voglia di misurarci con la natura e la ricerca costante di emozioni, ci spingono ovunque. Noi, bikers mai stanchi, saremmo disposti a tutto pur di dominar montagne e solcar fossi. Un desiderio, il nostro, che a volte ci porta quasi a snobbare luoghi meravigliosi, nascosti, siti a due passi dalle nostre dimore, ignorati dalle istituzioni e dal turismo “della domenica”, logorati dal tempo e dominati soltanto dalla roccia arenaria. Delimitata a nord dal Fluvione e a sud dal Tronto, l’area del Monte Ceresa è una vasta zona montuosa con una estensione di circa 120 Kmq, con punta massima di quota al M. Ceresa (m 1494). L’elevato interesse naturalistico e culturale di tale area, oltre che la sua notevole omogeneità geologica e botanica, ne fanno un potenziale polo di riequilibrio e cerniera fra i due Parchi dei Sibillini e del Gran Sasso e Monti della Laga. Amministrativamente divisa tra i Comuni di Acquasanta Terme, Arquata del Tronto, Montegallo, Roccafluvione e in piccola parte Ascoli Piceno, è punteggiata da frazioni che si spingono anche a quote notevoli come Capo di Rigo, Piandelloro, Agore e Peracchia. Come molti altri paesi della zona, fin dal 1550, anche questi subirono le conseguenze della lotta al banditismo che comportava spesso la distruzione dell’intero abitato per snidare o punire i banditi che vi si rifugiavano e i montanari che davano loro ospitalità. Il Cinghiale, reduce da un accenno di primavera fatto di escursioni tra borghi fantasma ed impervi fossati, giunge oggi nel comprensorio del Monte Ceresa. L’accoglienza è di qualità: i Tritasabato. Nel senso più amichevole della parola, li definisco ormai “animali” in quanto mostrano capacità di adattamento in qualsiasi territorio si trovino a pedalare. L’avventura inizia nella frazione di Santa Maria, piccolo abitato che sovrasta il fiume Tronto. Per forza di cose la partenza si snoda su bitume in leggera discesa. Bisogna andare a prendere il sentiero numero 4 (come da carta C.A.I.). Dopo aver pedalato i direzione di Arli, svoltiamo a sx per la strada che inizia a salire dolcemente verso Vallefusella. Intanto il paesaggio muta radicalmente man mano che ci portiamo al di sotto di imponenti pareti di roccia arenaria. L'arenaria è una roccia clastica che si forma per cementazioni di sabbie in periodi e strati diversi. I sedimenti sabbiosi, il cui trasporto è dovuto all'azione del vento in ambiente subaereo, o azione di correnti d'acqua nei fiumi, nei laghi e nei mari. Ebbene in questo luogo la roccia pare divorarci. Dall’alto siamo dominati dagli abitati di San Pietro d’Arli e di Forcella. Seguiamo la strada che porta a Tallacano e dopo aver superato l’abitato di Falciano giriamo a dx per una strada secondaria che penetra in una zona boscosa piena zeppa di tracce che scendono a valle. All’ombra dei castagneti proseguiamo nell’ascesa sino ad arrivare ad un pianoro dove, sulla sx, insiste una gigantesca roccia piatta. Ci arrampichiamo per riposarci al sole affacciati su Tallacano. Il Paesaggio tutto intorno evoca tempi remoti. Guardando verso picchi, gole e fossati provo ad immaginare com’era la vita un tempo tra queste montagne così scoscese. L’amico Ironman cerca di indicarmi la strada da seguire indirizzando il dito giù nella vallata, ma ,sinceramente, stento a credere che tra quella selva intricata possa snodarsi qualche single track. Effettuata la sosta scendiamo in picchiata dalla roccia, aggiriamo un colle e d’improvviso ci si para davanti un borgo fantasma, anzi cosa dico, più che un borgo appare a prima vista un insediamento di cavernicoli. Siamo a Rocchetta. Il borgo ha un’origine molto antica: il primo riferimento ufficiale risale al 1255. Il catasto ascolano del 1458, inoltre, documenta la ricchezza e il prestigio di Rocchetta nel XV sec. Nel Cinquecento entra a far parte del “Sindacato di Venamartello” e continua a godere di grande prosperità. Sempre a questo periodo risale la costruzione della chiesa di San Silvestro, come attestato dalla data, del 1526, incisa nelle lesene interne. Rocchetta ha convissuto per secoli con un grande problema risolto solo il secolo scorso: la mancanza di una strada carrozzabile. Rocchetta detiene per anni il ruolo di borgo principale della zona circostante, dove gli abitanti dei centri vicini si trovavano addirittura la sera per ballare. A questo va aggiunta una curiosità: per anni Rocchetta era abitata principalmente da donne, ed era quindi un punto focale per lo sviluppo di quella impervia zona montana.
Attraverso un lento e graduale processo di spopolamento, il borgo è rimasto totalmente disabitato a seguito della grande migrazione che ha interessato i piccoli centri montani negli anni Cinquanta del secolo scorso. Quale miglior luogo per la rituale “foto amicizia”? Come cavalieri che si accingono a stanare banditi ci portiamo al di sotto delle rovine di Rocchetta per poi continuare in direzione di Agore. Sulla carrareccia che aggira il fianco della montagna ci imbattiamo in un antico cimitero degno di un set di Hollywood. Velocemente arriviamo all’abitato di Agore. Nel mentre i Tritasabato sfoderano dagli zaini caschi integrali e protezioni, inizio a pensare che la discesa per Poggio Rocchetta non sarà affatto semplice. Detto fatto. Luca Stollini, Ironman e Gianluca si lanciano follemente nel single track che taglia Agore suscitando panico tra i pochi anziani incuriositi dal loro passaggio. Il sentiero si trasforma in una giostra naturale. Nelle zone circostanti pochi sentieri riescono a trasmettere simili emozioni “adranalizzandoci” a tal punto da non temere più nulla. Non temiamo il dirupo che ci accompagna per tutto il tragitto, non ci rallenta il drop proibitivo , non ci sbilanciano le svolte improvvise. Abbiamo tutto ciò che un biker può desiderare. Da dietro sento Berdini che smaltisce velocemente sulla roccia gli stravizi della Pasquetta. Alberto, a chiudere la carovana, filma il tutto con la sua cam, specie quando Alessandro si tuffa in un drop al cardiopalmo. Piergiorgio ce l’ho davanti e cerco con fatica di stargli alle costole. Ma la legge dell’all mountain impone solidarietà così tutti aspettano tutti…. ognuno gode nel veder gli altri godere di questo fantastico sentiero. Eccoci a Poggio Rocchetta, altro remoto insediamento. Riprendiamo la carrareccia per Tallacano e la percorriamo rivestendo i panni da scalatori. L’anello, essendo “bipiramidale”, ci costringe a salire su un sentiero C.A.I. che parte dalla dx della strada. La pendenza diviene accentuata e si spinge in alto verso il monte Savucco pedalando tra boschi di castagni secolari che assumono forme talvolta mastodontiche e bizzarre. Dopo aver versato qualche litro di sudore, approdiamo su un parto verde dove la segnaletica C.A.I. indica il sentiero 416 per il Monte Savucco mentre a sx finalmente….la tanto sospirata discesa per Cocoscia tramite traccia n. 402. E’ un paesino situato sotto Venamartello. Si fa menzione di questo paese fin dal 1039. Pare che tra Venamartello e Cocoscia, una volta ci fosse stata una chiesa, solitaria e fu demolitaa perché i banditi se ne servivano come ricovero. A cosa servirebbe descrivere simile meraviglia della natura? Quante parole occorrerebbero per raccontare ciò che si prova a scendere? La mutevolezza del fondo che si va ad affrontare richiede esperienza, padronanza assoluta della bici oltre che una grande lucidità mentale. Ingredienti del percorso sono: spuntoni di roccia, drops, salti, tornanti, tratti battuti, tagli improvvisi, alternative di ogni genere. Il fisico viene sottoposto ad uno stress infernale. Solamente ottimizzando la gestione delle energie si riesce ad uscire indenni da uno dei più galvanizzanti single track dell’area del Monte Ceresa. L’avventura termina sul fiume Tronto, da lì a Santa Maria ci separa soltanto un breve tratto bici a spalla.
Questo anello, di rara bellezza, è vivamente sconsigliato a bikers inesperti. Le innumerevoli insidie disseminate lungo la traccia possono mettere seriamente a repentaglio la vostra incolumità.
In conclusione non mi resta che ringraziare gli amici di Tritasabato che hanno reso possibile questa fantastica esperienza rinnovando la mia stima e rispetto per tutti quelli che, come loro, sanno cogliere a pieno l’essenza di questo sport.

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