Tempo  13 ore 36 minuti

Coordinate 12441

Caricato 25 giugno 2019

Recorded giugno 2019

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2.058 m
634 m
0
6,9
14
27,61 km

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vicino Montagne, Veneto (Italia)

Escursione notevole da pianificare molto bene come meteo e logistica.
Per una maggiore tranquillità, per chi sale dalla Val Canzoi (Lago della Stua) conviene senz’altro dormire al bello e comodo Ricovero Casera Brendòl con mini tappa pomeridiana il giorno precedente.
Conviene non tanto per sfruttare al massimo le ore di luce (un buon escursionista allenato fino a lì può arrivarci anche con la pila frontale), ma per concentrare le energie nel cuore del percorso, perché potrebbero servire molto verso la fine: è meglio arrivare rilassati a inizio viàz, con qualche oretta in meno di avvicinamento facile ma che costa un po’ in ansia per fare in fretta.
Stesso discorso per chi volesse partire da Pattine (versante nord del gruppo montuoso): può far base al Ricovero Casera Camporotondo.
A scanso di equivoci non è una cengia ben definita ma un vero viàz, selvaggio e complicato, con tutta una serie di cengette, bancatine, canalini e saltini vari.
È una traversata incredibile in quota su tutto il fianco est che va da sotto il Monte Agnelezze fino al cospetto del Monte Pizzocco.
Ho trovato tre guide che ne parlano estesamente con tre diversi nomi:
  • “Agneléze – Erèra – Pizzòcco” → Viàz de le Zénge
  • “Il Libro delle Cenge” → Cengia dei Secondi (ma l’autore stesso scrive che è un viàz)
  • “Sentieri e Viàz Riscoperti delle Alpi Feltrine e Val del Mis” → Viado del Falco

AVVICINAMENTO DAL LAGO DELA STUA ALL’INIZIO DEL VIÀZ DE LE ZÉNGE (VIÀZ DELLE CENGE/CENGIA DEI SECONDI/VIADO DEL FALCO)
Si imbocca il sentiero CAI 806 che scorre inizialmente sul lungolago e, dopo il ponte che attraversa il Torrente Caorame, si gira a destra per il sentiero CAI 802 che, fino al bivio del Porzil, è sempre una stradetta/mulattiera.
Al bivio si va a sinistra e per buon sentiero si arriva al Passo del Porzil dove si entra nei Piani Eterni: fino a qui la conoscono tutti.
Purtroppo non c’è il tempo (in tappa unica) di godere della bellezza dei Piani Eterni, e si attraversano sempre sul sentiero CAI 802 passando per il Ricovero Casera Brendòl (punto di eventuale pernottamento) e subito dopo per Malga Erèra.
Da Malga Erèra si sale dolcemente fino a Forcella Pelse fiancheggiando nel finale il Monte Mondo.
La forcella, molto larga e non segnalata da cartelli, inizia a una secca curva sinistra dove si nota (sulla destra) un evidente ometto: questo è il punto di uscita dal sentiero CAI 802 in direzione di Casera Agnelezze.
I primi metri non hanno traccia ben definita, ma si intuiscono senza problemi, e poi compare un’impronta a terra che continuerà con varie evidenze fino ai ruderi della casera.
La tendenza è salita ma c’è un tratto intermedio in cui si scende leggermente per passare in un boschetto di larici.
Ci sono alcuni ometti a facilitare l’orientamento.
Dal rudere di Casera Agnelezze si gira a destra e su facile traverso poco inclinato si arriva a Forcella Agnelezze.
Dalla forcella si scendono pochi metri nell’altro versante del Vallone delle Scortegade e si imbocca una traccia “quasi cengia” sulla destra che va ad aggirare il fianco montuoso fino ad immettere nella Busa della Stèrpa.
La Busa della Stèrpa è una conca larga e dolce con fondo accidentato del tipo “attenzione alle caviglie”.
L’attacco del viàz è dall’altro lato della conca e ci sono alcuni ometti che guidano in quella direzione.
Si arriva con semicerchio sotto il basso crinale di mughi che sta (rispetto alla vista di arrivo) fra il monte di destra e un rialzo di sinistra.
A un certo punto si trova un ometto che sta sopra una pietra con bollo rosso alla base, e guardando a destra c’è un intaglio fra i mughi con freccia rossa: in pochi passi si sale l’intaglio e dall’altro lato inizia il viàz.

PERCORRENZA DEL VIÀZ DE LE ZÉNGE (VIÀZ DELLE CENGE/CENGIA DEI SECONDI/VIADO DEL FALCO)
L’inizio è tranquillo come orientamento su bancate fra tagli di mughi; in meno di 10 minuti si dovrebbe arrivare a un covolo e ancora con meno di 10 minuti a uno dei passaggi caratteristici.
Al doppiaggio di una piccola costola si entra in un’ansa dove è obbligatorio (per la roccia sporgente) un “passo del gatto” di qualche metro, seguito da qualche altro metro molto stretto ed esposto: gli appoggi ci sono, ma ci sono solo quelli (c’è un chiodo).
Ora il viàz prosegue a lungo in modo quasi regolare fino ad arrivare sotto una ripida lista di roccia che si alza in diagonale a spaccare la continuità del fianco roccioso della montagna: un bel passaggio molto caratteristico.
Arrivati in cima a questa salita bisogna stare attenti all’orientamento nel successivo passaggio.
Circa 100 metri dopo (in linea d’aria misurati con il GPS) la linea del viàz è sempre evidente e continua in piano, ma sulla sinistra compare una pala erbosa in corrispondenza di un piccolo ometto (sinceramente io ho visto la pala erbosa prima dell’ometto perché sapevo dalle guide consultate che doveva arrivare).
Bisogna abbandonare la linea di bancata che si sta seguendo e scendere per circa 35 metri (dati GPS) di dislivello nella pala erbosa.
Si può scendere all’ometto i primi metri nei mughi e poi nell’erba, o poco più avanti subito nell’erba ma con successivo piccolo salto roccioso da superare: io ho scelto la seconda ma chiaramente van bene tutte e due.
Finita la discesa della pala si ritrova una linea di cengia inferiore che accompagna fino al punto, a mio giudizio, più difficile di tutto il viàz.
Questa linea di cengia è regolare fino a poco prima dell’aggiramento di una costola dove ci sono pochi metri più stretti ed esposti, e dove si intravede per la prima volta (in basso a sinistra) la sella di Porta Alta.
Ancora pochi metri e si arriva su terreno che si fa ripido e scivoloso sopra un salto di qualche metro di buon II° grado.
Qui due delle tre guide consultate indicano di aggirare lo spigolo sopra il salto (quindi verso sinistra nella direzione di arrivo) passando in ALTA ESPOSIZIONE per un ripidissimo tratto nei mughi e poi completare la discesa alla base (quindi virando a destra) su una placca rocciosa inclinata (circa 5 metri) comunque di II° grado.
In alternativa bisogna disarrampicare giù diritti con passo finale, a mio giudizio, quasi di III° grado valutando bene solidità di appigli e appoggi.
Dovendo usare la corda (che è consigliata anche per la discesa nei mughi) tutto sommato preferirei la linea diretta (ma in questo caso non è facilissimo trovare un punto di ancoraggio, mentre nei mughi si trova): a ognuno la sua scelta in base alle condizioni di giornata.
Fra le foto ne ho inserite alcune di questo tratto visto all’indietro proprio per far capire cos’è, perché arrivandoci da sopra non è facile capire tutte le opzioni.
Arrivati (o per meglio dire “calati”) alla base, si può abbandonare il viàz in direzione Porta Alta: la considero solo un’opzione di emergenza meteo perché non è che da Porta Alta sia tutto facile e si torni a casa in fretta se si è in ritardo.
La prosecuzione del viàz dalla base del salto è evidente in leggera salita fino a una costola, con un tratto a metà un po’ delicato per strettezza ed esposizione.
Girata la costola si prosegue fino alla base di un largo canale erboso che bisogna risalire per una ventina di metri di dislivello (dati GPS) fino ad abbandonarlo verso sinistra.
Da sotto non si vede la traccia che esce, ma c’è e si trova (un po’ nascosta per i primi metri) in corrispondenza di un gran bollo “rosso sbiadito”.
Si continua e in breve si arriva, sopra un canalino, in vista di una forcella con, sopra sulla destra, un caratteristico “birillo di roccia” inclinato, e sotto una evidente traccia che la raggiunge.
Ancora qualche metro in avanti e si arriva al gomito di un canalino-valloncello con freccia rossa che indica in su a destra: la freccia è un’altra storia (non spiegata nelle guide), e bisogna scendere a sinistra per il ripido roccioso con primi metri sporchi di pietrisco (attenzione a chi sta sotto).
Nelle guide sono indicati 40 metri di discesa, immagino lineari perché il GPS (pur non preciso in questa zona) mi ha indicato meno dislivello.
A metà c’è uno spezzone di corda annodata agganciato a una clessidra nella roccia: non ha un aspetto fantastico.
Dalla base di questo canalino (ultimo passaggio del viàz con “pendenze alpinistiche”) si va verso la forcella con il birillo di roccia inclinato seguendo nei primi metri una sottile cornicetta rocciosa dove bisogna usare le mani.
Ora bancata, un tratto di cengia bello e regolare, si attraversa un canale e si arriva all’inizio di una larga bancatona dove si trova (parole dalle guide) un mare di mughi.
Qualche esile taglio c’è, ma c’è da “ravanare” sicuramente: il mio occasionale compagno di escursione ed io ci abbiamo messo 11 minuti circa a passare questo tratto fastidioso, tutto sommato non molto rispetto al resto.
Poi si entra in facile bancata prativa, e ancora dentro mughi più aperti fino a un gran tronco di larice fulminato che è un buon riferimento.
Di fronte si vede molto bene la salita finale del viàz verso la sella dell’Osservatorio del Falco che sta sopra l’iconica Gusela della Val del Burt un po’ più in basso a sinistra.
Per arrivare a base salita ancora un po’ di mughi con tagli più stretti ma non fastidiosi, e poi su fiancheggiando all’inizio una cascata colatoio.
Alla sella, che è un largo aggiramento del costone, le varie guide stabiliscono la fine del Viàz de le Zénge o Cengia dei Secondi o Viado del Falco.

CHIUSURA ESCURSIONE DALLA ZONA DELL’OSSERVATORIO DEL FALCO
Da fine viàz si prosegue su sentierino via via migliore fino all’ingresso nella conca sopra i Piani di Cìmia dove, in basso a sinistra, si notano i resti di Capanna Cìmia.
Ora, sia per tornare in Val Canzoi che per tornare (eventualmente) verso Pattine, bisogna risalire al Passo Cìmia.
Le guide indicano di traversare fino al canale roccioso che sta al centro della prima parte della conca, scendere a Capanna Cìmia e da lì intraprendere la salita al passo immettendosi nel sentiero CAI 851: oltre 400 metri di dislivello non esattamente rilassante.
C’è un’alternativa che ho seguito oggi: arrivati al canale, si attraversa e si scende di pochi metri fino a sotto una bassa fascia rocciosa che taglia il larghissimo pendio che sta oltre, e si segue quasi in piano su facile terreno fino ad immettersi nel sentiero CAI 851 a circa 1.800 metri di quota (dai circa 1.850 di partenza della traversata); è un risparmio di circa 200 metri di salita.
A quel punto su al Passo Cìmia, ultimo vero sforzo di giornata.
Dal Passo Cìmia si va verso il Passo Forca in tendenza discesa e poi si gira a destra verso i Piani Eterni e Malga Erèra.
Una decina di minuti dopo la svolta, c’è una traccia segnata e segnalata (da scritta nera “VALLONETTO VAL-CANZOI” su roccia piatta a terra) che permette una utilissima scorciatoia per chi deve rientrare in Val Canzoi.
In questa traccia si trovano vari ometti e vecchi segni CAI sbiaditi ma visibili: l’ho seguita bene per il primo e l’ultimo terzo, e in mezzo ho tagliato un po’ a caso per altre tracce.
Dopo il rudere di Casera Vallonetto si arriva all’immissione nella stradetta variante del sentiero CAI 802: nel punto di immissione ci sono un ometto, una freccia rossa in direzione salita e un bel segno CAI ad indicare che può essere (se ben seguito) un sentierino alternativo di accesso diretto al Passo Forca.
Finita?
Non proprio, discesa facilissima su stradette-mulattiere ma sono ancora circa 6,5 km per rientrare al parcheggio.

***

Il dislivello reale dell’escursione è di circa 2.180 metri e non oltre 2.600 metri come indicato nei dati di riepilogo Wikiloc.
Da qui in poi indico in parallelo tre denominazioni per questo viàz perché, come scritto all’inizio, ogni guida ne dà una diversa.
Personalmente ne ho sempre sentito parlare come “Viàz delle Cenge” ovvero l’italianizzazione del toponimo originale “Viàz de le Zénge” che è utilizzato nel libro “Agneléze Erèra Pizzòcco”.
Vittorino Mason nel suo “Il Libro delle Cenge” indica “Cengia dei Secondi” perché i “secondi” (nel vecchio dialetto bellunese) sono i nipoti, e i nipoti seguivano i più anziani sul viàz: è una dedica alla memoria di un nipote caduto durante una battuta di caccia.
“Agneléze Erèra Pizzòcco”, però, dà una diversa interpretazione dell’origine dei “secondi”, che deriverebbe da Secondo Casanova padre anche di Vittorio Casanova detto “Il Falco”.
Quindi per estensione tutti gli eredi di Secondo Casanova sono diventati “I Secondi”.
E da Vittorio Casanova deriva il toponimo “Viado del Falco” proposto nel libro “Sentieri e Viàz Riscoperti delle Alpi Feltrine e Val del Mis”.

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