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7,81 km

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vicino Sormano, Lombardia (Italia)

11/02/2018
Il Monte San Primo, con i suoi 1681 m, è la cima più alta del Triangolo Lariano e anche uno dei punti più panoramici. Dalla sua sommità il paesaggio è molto affascinante e di ampio respiro: a nord la punta di Bellagio che si protende tra i due rami del lago, circondato dalle montagne, a sud le dolci colline della Brianza, la pianura e l’evanescente profilo degli Appennini. Il San Primo è stato, ed è tuttora, un punto di riferimento importante per gli abitanti della zona. La vetta è contrassegnata da una croce, due antenne radio ed un punto trigonometrico dell’Istituto Geografico Militare, simboli della tradizione religiosa e delle moderne comunicazioni, nonché caposaldo geografico.
Fin dall’antichità, le sue estese pendici, le “selle” ed i pianori in quota - come altri rilievi del Triangolo Lariano – hanno ospitato insediamenti umani, con lo sviluppo di una florida economia “di montagna”. In particolare, l’allevamento del bestiame, con la produzione dei derivati del latte, il taglio della legna, il taglio del fieno, sono state per secoli le attività tradizionali, fino agli anni‘40 circa dello scorso secolo.
Dal Medioevo, ma ancora di più nei secoli XVIII e XIX, l’uomo ha progressivamente eliminato la copertura vegetale della parte sommitale delle montagne del Triangolo Lariano, costituita principalmente da Faggi ( Fagus sylvatica), per ricavarne legna da ardere e praterie da sfalcio, regolarmente tagliate e concimate per produrre fieno. L’effetto di questo processo è visibile ancora oggi: infatti tutta la dorsale del Triangolo Lariano è priva di vegetazione, anche se, con l’abbandono dell’allevamento, in molte zone, questi ambienti sommitali, non più tenuti a prato, sono stati colonizzati da boscaglie pioniere di Betulle ( Betula pendula) e Noccioli (Corylus avellana), preludio ad un prossimo ritorno della faggeta.
In tutta la zona sono ancora presenti i resti degli antichi alpeggi, ognuno con un proprio nome, talvolta curioso, dove veniva condotto il bestiame durante la bella stagione. Vicino a queste costruzioni non è raro trovare la presenza di altre strutture di supporto all’allevamento, quali il “ casello” per la stagionatura dei formaggi, la “ nevéra”, dove venivano conservati con la neve i generi alimentari deperibili e le caratteristiche “ bolle” di abbeverata. Molte delle antiche costruzioni sono state abbandonate e sono andate completamente in rovina; alcune invece sopravvivono ancora, spesso trasformate in aziende agrituristiche o punti di appoggio per itinerari turistici. Altre sono state recuperate dalla Comunità Montana per ripristinare l’attività del pascolo, come l’Alpe di Torno e l’Alpe del Borgo.
È significativo come le carte topografiche della zona riportino ancora la colorita nomenclatura di questi alpeggi. I toponimi possono conservare un’indicazione riferita al nome del proprietario o dei gestori ( Alpe del Lingeri, Alpe del Borgo, Alpe delle Ville) o al suo soprannome ( Alpe del Ciucchetton), oppure ancora legata al nome del paese o del nucleo abitato più vicino ( Alpe di Torno), alla presenza di un elemento geografico preciso ( Alpe del Sasso) o ad una caratteristica dell’alpeggio (Alpe di Terrabiotta). In qualche caso invece i nomi degli alpeggi ricordano animali, oggetti e situazioni della vita contadina di un tempo, come l’ Alpe del Giùf (il “giùf “ è il giogo, cioè l’arnese di legno ricurvo, messo al collo di due buoi per formare il tiro di coppia) e l’ Alpe dei Picìtt, luogo famoso un tempo per la cattura dei pettirossi (“ i picìtt”).
Dalle note delle visite Pastorali del Vescovo di Como Feliciano Ninguarda redatte nel 1593, si apprende che sulla cima del San Primo era anticamente presente un piccolo oratorio con annesso ospizio dedicato ai santi Primo, Felicita, Bernardo ed Orsola. Questo ospizio, così pure altri simili luoghi di ricovero attestati nei dintorni, probabilmente rifletteva una particolare domanda di soccorso per chi lavorava sui monti o per i viandanti che si incamminavano lungo la Valassina.
Dal punto di vista faunistico invece l’area del Monte San Primo si presenta particolarmente interessante, in quanto possiede caratteristiche ambientali adatte alla presenza di un buon numero di animali, tra cui il Gallo forcello ( Lyrurus tetrix), il Capriolo (Capreolus capreolus ) e la Lepre comune (Lepus europaeus).
COME ARRIVARE
Dalla Colma di Sormano (1122 m) (raggiungibile dal paese di Sormano o dal Pian del Tivano mediante una comoda strada asfaltata) si imbocca la strada sterrata in direzione nord, raggiungendo l’ Alpe Spessola (1238 m; ore 0,50), dominata da uno splendido faggio. Girando attorno alla testata della Valle di Torno, con vista sugli alpeggi sottostanti, si sale all’ Alpe di Terrabiotta (1435 m; ore 0,30; 1,20). Proseguendo lungo la dorsale montuosa si raggiunge quindi la vetta del Monte S. Primo (1681 m; ore 0,45; 2,10).
In alternativa si può arrivare sulla cima anche dal Pian del Tivano (973m), da Veleso (812m) o attraverso i Monti di Erno e il Monte Colmenacco (1200m) o i Monti di Là. Altre possibilità di salita alla vetta del San Primo partono dal Pian Rancio (973 m). Qui una strada carrozzabile porta in breve al Parco Monte San Primo (1114 m), ampia conca a praterie con boschi circostanti, dove c’è la possibilità di parcheggio. Da questo punto si può raggiungere l’ Alpe del Borgo (1180m; ore 0,15) e quindi l’Alpe di Terrabiotta (1436 m; ore 1; 1,15) e proseguire per la vetta del Monte San Primo (1681m; ore 1; 2,15), innestandosi sul sentiero che proviene dalla colma di Sormano. Dal Parco Monte San Primo si può raggiungere anche il Rifugio Martina (1221 m; ore 0,30), presso l’ Alpe dei Picìtt, e da qui, seguendo un ripido sentiero, il Monte San Primo (1681 m; ore 1,10; 1,40).
da http://www.triangololariano.it/it/il-monte-san-primo.aspx
GRADO DI DIFFICOLTÀ
Elementare

Andata: 8,13 km. 2h45m 3km/h ca
Categoria: Le mie sedute

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