Difficoltà tecnica   Medio

Coordinate 896

Uploaded 15 settembre 2010

Recorded settembre 2010

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1.091 m
727 m
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8,3
17
33,12 km

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vicino Tubione, Abruzzo (Italia)

Ippovia di Sante Marie

Il percorso dell'ippovia di Sante Marie è stato studiato ed è in fase di realizzazione per consentire il raggiungimento di tutti i punti più interessanti, dal punto di vista storico e naturalistico, del territorio.
L'Inghiottitoio di Luppa all'interno dell'omonima riserva, la Grotta del Cervo e dell'Ovito nella Riserva Naturale delle Grotte di Pietrasecca, la sorgente della Fonte della Rocca, sono sicuramente i luioghi più interessanti dal punto di vista naturalistico dell'itinerario.

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Prima della romanizzazione della zona a cui appartiene Santo Stefano, avvenuta a partire dalla fine della seconda guerra sannitica (304 a.C), l'intero territorio oggi corrispondente alla Marsica occidentale e al Cicolano era abitato dal popolo degli Equi, veteres hostes dei Romani, che utilizzavano una forma di insediamento per abitati sparsi: gli ocres. Proprio a ridosso di Monte Faito è stato di recente individuato uno di questi insediamenti. Al periodo che segue la romanizzazione risale, invcece, il vicus di recente individuato tra Santo Sterfano e Scanzano. Questo villaggio, con ogni probabilità ospitava al suo interno un santuario cultuale legato alle pratiche della sanatio, come è attestato dal rinvenimento di alcuni ex-voto fittili. Per il periodo medievale, infine, oltre al già citato cenobio, sul territorio di stretta pertinenza santostefanese insistevano le presenze monastiche di Santo Petri, Santi Janni e Santa Maria Moneta, ora rintracciabili solo nei toponimi.
Così denominato perché si trova in una gola in mezzo a tre monti. Il paese è sovrastato da un roccione sul quale padroneggia un antico castello fatto costruire dagli Orsini; la parte centrale del paese e situata sul roccioso pendio del monte ed è caratterizzata da stretti vicoli in selciato con continui gradini. La chiesa parrocchiale ad una navata è dedicata a Sant'Antonio di Padova raffigurato sull'altare centrale anticamente era dedicata a Sant'Antonio Abate protettore degli animali.
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L’inghiottitoio di Luppa, una cavità complessa nascosta tra i boschi di Sante Marie, è sempre stato molto presente nell’immaginario di molti speleologi, con il suo torrente sotterraneo facile alla collera. Se ne ricercate la collocazione in un improbabile inventario di tutti i corsi d’acqua d’Abruzzo, tra fiumi, torrenti e rigagnoli di ogni specie, perdereste il vostro tempo. Eppure è lì, in un defluire ora quieto, ora tumultuoso, non distante dall’abitato di Sante Marie, vicino al suo simile che s’ingorga nei pressi della rupe di Pietrasecca e vive la sua millenaria esistenza di fiume sotterraneo, immerso in una perenne notte senza stelle, in un divenire che solo l’evento morfologico può evidenziare. Il toponimo Luppa, che ha dato origine al nome stesso della grotta, ha radici molto antiche, come sembra testimoniare la sua presenza in una memoria del Phebonio (1678) o in una carta del Revillas (1735) dove, nello specifico, apparirebbe già un primo, ma chiaro abbozzo, dell’esistenza di una notevole circolazione idrica sotterranea. La cavità stessa era nota, e da tempo, poichè due escursionisti romani, Gavini e Voltan, ne rintracciano l’ingresso senza difficoltà. L’invito alle esplorazioni fu raccolto solo dopo alcuni decenni, poiché è nel 1929 che il Circolo Speleologico Romano tenta una prima consistente esplorazione, guidata dal suo mitico fondatore Carlo Franchetti, durata tre giorni e conclusasi avventurosamente dopo aver percorso poco più di 400 m. Riprese nel 1955, le esplorazioni proseguono con notevole rapidità per circa un quadriennio e comporteranno una conoscenza topografica di circa 1200 m. Dopo un lungo periodo di stasi, in questi ultimi anni il superamento di alcune colate calcitiche, tra le quali la cosiddetta Fontana Candida, ha permesso di individuare nuovi ambienti, particolarmente ricchi in speleotemi, e con indizi morfologici significativi che inducono a sospettare uno sviluppo ben più ampio di quello attualmente conosciuto che sfiora, comunque, i 2.000 m. Il bacino chiuso di Luppa non è particolarmente appariscente, immerso nell’ampio bosco, ed all’ingresso si giunge seguendo il letto ciottoloso del torrente che vi conduce le acque. L’androne che dà adito alla sequenza di ambienti sotterranei è ampio ed imponente e da qui, superato un breve diverticolo a sinistra che assume la denominazione di Galleria dei Tricotteri, inizia la serie di marmitte e piccoli salti, ove si configurano numerosi gruppi di concrezioni, mentre le pareti connotano un ambiente molto stretto che solo in alcuni punti, ove sono ubicati i laghi, concede un più ampio respiro. Occorre superare il cosiddetto pseudosifone, che diviene impraticabile nei periodi di piena, per giungere al Gran Salto (-22 m) ed al sottostante lago ed ancora, in progressione, verso altri salti e piccoli laghi che conducono al Sifone Dolci ed al vasto Salone Franchetti, dove lo sguardo, ed il corpo, indugiano e prendono riposo. L’andamento della cavità tende a questo punto ad ascendere, raggiungendo il Pozzo Patrizi ed il sottostante Lago Pasquini, ma è solo un termine di passaggio, poiché, risalendo la Fontana Candida e superata con una nuova arrampicata un’ulteriore barriera di concrezioni, alla quale segue una notevole strettoia, ecco profilarsi la Galleria delle Meraviglie, una teoria di ambienti molto concrezionati la cui cesura, lungi dall’essere conclusiva, promette nuove emozioni alle future esplorazioni. L’Inghiottitoio di Luppa è sempre stato molto presente nell’immaginario personale e collettivo di molti speleologi abruzzesi e laziali, ed ha rappresentato la grotta o l’inghiottitoio attivo per eccellenza, una cavità complessa, caratterizzata dalla persistente evidenza di un torrente sotterraneo, facile alla collera per le piene a volte scarsamente prevedibili nella loro reale portata. Nei decenni passati non era certo agevole superare la lunga successione di piccoli o grandi laghi, posti sì alla base di salti dalla verticalità modesta ma che imponevano, comunque, tra il fragore delle fredde e tumultuose acque, il trasporto di ingombranti attrezzature e, tra queste, le vecchie e pesanti scalette metalliche. Le più avanzate tecniche di esplorazione ed i nuovi materiali che vengono comunemente impiegati, hanno reso meno complessa la percorribilità interna e più facile, quindi, la scoperta di nuove prosecuzioni, anche se i rischi e la strutturale difficoltà della grotta non sono mai venute meno ed impongono, di conseguenza, le cautele di sempre. L’onore ed il merito che deve, dunque, essere riconosciuto ai primi esploratori è anche incitamento a quanti ne hanno ereditato il gusto dell’esplorazione e della scoperta dell’ignoto, e con esso l’ineguagliabile emozione di imporre, per primi, la propria impronta sul secolare sedimento che il fiume depone. Un sedimento, di varia consistenza e natura, onnipresente, che si stratifica anno dopo anno e che solo un evento straordinario, quale una piena di notevole consistenza, può parzialmente rimuovere. È questa l’ unica testimonianza del trascorrere di un tempo che altrimenti non potresti definire.
Istituita con legge regionale n° 19 del 1992, presenta i punti di forza nelle due cavità naturali dell'Ovito e del Cervo, ma sono presenti altre interessanti realtà geologiche come il complesso delle Vena Cionca, una barriera corallina e la risorgenza, sotto di essa delle acque che scorrono sotterranee. La riserva si estende per c.a 110 ettari nel territorio immediatamente a ridosso del centro abitato di Pietrasecca, a poche centinaio di metri dall'uscita unidirezionale dell'autostrada A24 (solo da Roma e per Roma). Quest'area non è nuova a studi di carattere scientifico, che risalgono a molto prima che venisse scoperta, nel febbraio del 1984, la Grotta del Cervo. Già nell'immediato dopoguerra gruppi di studiosi e speleologi percorsero la Grotta dell'Ovito , quella che è aperta e raccoglie le acque del bacino circostante, ricavandone disegni e cartografie. Negli anni '70 sull'ingresso della Grotta dell'Ovito, venne realizzato uno sbarramento con strettoia per posizionarvi un idrometro che misurasse la portata delle acque che dalla vallata scendono, tramite questa cavità, nel fiume Turano. Si notano inoltre, continue presenze di studenti universitari sotto la Vena Cionca, presentazioni di studi e tesi di laurea, che sottolineano ancora una volta l'interesse scientifico della zona. Ma solo a seguito della scoperta della Grotta fossile del Cervo si è accentuato l'interesse degli studiosi, che ha convinto la regione a creare una Riserva tutelata. La scoperta avvenne nell'ormai lontano febbraio del 1984 quando un gruppo di speleologi romani, invitati dalla Pro Loco per studiare la valorizzazione turistica delle Grotta dell'Ovito, con intuito encomiabile, individuarono quest'altra cavità rimasta incontaminata per secoli. Essa per le bellezze delle concrezioni e la diversificazione dei fenomeni carsici, si può classificare tra le più belle ed interessanti dell'intera Europa. Si entra per un pertugio angusto, ma appena qualche metro più avanti si aprono spazi immensi fino a 15 m . di altezza. E vi sono state trovate anche 18 monete romane del IV sec. e numerosi reperti animali. Lo scenario è da favola: una selva di stalattiti, stalagmiti e colonne animano il paesaggio nelle forma più disparate e animano la fantasia richiamando realtà del nostro mondo: una capra, una fiamma, il monumento alla Madonna di Piazza di Spagna, un incantevole gruppo di presepe, veli, scimitarre, lamelle a forma di sega, ecc... Da punto di vista scientifico gli speleotemi presenti sono fuori dal normale per quantità e diversificazione: oltre a quelli macroscopici accennati, troviamo pelli di leopardo , eccentriche , capelli d'angelo , formazioni lamellari bianchissime, coralloidi da trascinamento, colate sulle pareti, gours sul pavimento ecc. Ma questo è un discorso per specialisti. Al visitatore comune piace contemplare la volta ripiena di stalattiti di ogni foggia e colore ed il pavimento, tutto concrezionato, che in alcuni punti richiama paesaggi lunari. La descrizione, comunque, è inadeguata a dare l'idea di ciò che veramente si può godere. Attualmente la Grotta è chiusa; le passerelle posizionate per gli studi di monitoraggio ambientale che si sono svolti per tre anni si sono deteriorate. Occorono interventi sostanziosi sia per la realizzazione di percorsi esterni che per l'attrezzatura interna atta a recepire i turisti in modo tranquillo e sicuro, anche se il PNA li prevede in numero limitato.
Scoperta nel 1984 ha subito animato entusiasmi e curiosità per la sua straordinaria bellezza. L'ingresso immette in un'ampia galleria lunga circa 400 metri, caratterizzata dalla presenza di straordinarie concrezioni candide di varia forma e struttura. In questo settore, in una sala denominata "Salone degli Antenati", sono state rinvenute le ossa di tre carnivori attribuibili a Orso Bruno, Lince, Pantera Spelea e quelle di un Cervo, da cui, la grotta, prende il nome, e diverse monete alcune riferibili al 4°-5° secolo d.C. ed una del 15°La luce lascia intravedere una successione di alte e massicce stalagmiti e pennaggi di oblunghe stalagmiti, tutte rigorosamente candide o appena variegate di molteplici tonalità che vanno dal grigio al rosso mattone. Questa sala immette nell'ampia galleria che rappresenta il primo tratto sontuosamente concrezionato della grotta. Il percorso è caratterizzato da stalattiti spezzate, stalagmiti troncate di netto e inclinate, oppure crostoni di concrezione che fungono da piano di calpestio, fessurati e con i labbri accavallati: sono la più evidente e scenografica testimonianza di come le cavità rappresentino degli stupendi archivi naturali, nei quali, eventi tettonici ed attività sismica sono fedelmente registrati.
L'ingresso immette in una larga galleria con una profondità di circa 270 metri ed una larghezza che varia tra i 15 e i 20 metri caratterizzata da una suggestiva serie di stretti piccoli laghi, separati da brevi rapide, e da alcune diramazioni che introducono in ambienti con stalattiti e stalagmiti. Subito dopo la galleria restringe ed ha inizio l'affascinante canyon caratterizzato da un'ulteriore successione di rapide, profondi laghetti e cascate; dopo un salto d'acqua di 8 metri si giunge sul vasto lago caratterizzato da cascate alimentate dalle acque del torrente sotterraneo.Oltre questo punto la cavità prosegue per altri 80 metri con alcuni laghetti terminali che formano un sifonesino ad oggi insuperato, e una diramazione molto ampia, denominata "Galleria dei Massi", lunga circa 130 metri ed alta sino a 20. In tutta la cavità sono estremamente ben evidenziate le testimonianze morfologiche di una evoluzione essenzialmente modellata dal fluire vorticoso delle acque che scorrono al suo interno.

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