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Coordinate 1235

Caricato 9 dicembre 2015

Recorded dicembre 2015

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vicino Milano, Lombardia (Italia)

Partenza dalla stazione della metropolitana linea 3 di Largo Crocetta.
Mi dirigo lungo corso di porta Romana fino alla Basilica di S.Nazaro in Brolo e continuo prendendo il vicolo di santa Caterina e Largo Richini fiancheggiando l'Università degli Studi Di Milano.
Percorro Via S'Antonio passando davanti all'omonima Chiesa e, arrivato in Via Larga, giro per la piazza S.Stefano dove possiamo ammirare la Chiesa omonima e la Chiesa di S.Bernardino alle Ossa.
Proseguo per via Merlo e Corso Europa sino ad arrivare in Piazza S. Babila dove troviamo anche l'omonima Basilica.
Continuo passando per il coso dello shopping milanese Vittorio Emanuele II passnado per la Basilica di San Carlo al Corso sino ad arrivare in piazza del Duomo.
Passo dietro il Duomo di Milano,L'Arcivescovado e poi il Museo Del Duomo sino ad arrivare nella splendida Piazza davanti all'entrata del Duomo.
Percorro poi La Galleria Vittorio Emanuele II sino alla Piazza della Scala dove prendo Via Giuseppe Verdi e poi via Brera passando per l'omonima Accademia.
Continuo la passeggiata per via Pontaccio fino a Largo Greppi dove troviamo il Piccolo Teatro Strehler.Qui percorro un tratto di via Foro Bonaparte fino all'Acquario Civico dove entro nel Parco Sempione.
Un mezzo giro intorno all'Arena Civica, per poi arrivare in Piazza Sempione sede Dell'Arco della Pace.Proseguo nel parco fiancheggianto il Museo Del Design Triennale ed arrivo infine al Castello Sforzesco.
Proseguo per Piazza Cairoli e poi via Dante e via orefici per tornare nuovamente in piazza del Duomo.
Qui prendo per Via Torino dove trovo la Chiesa di Santa Maria Presso San Satiro.
Continuo poi per via dell'Unione e via Lupetta sino a Piazza S. Alessandro sede dell'omonima Chiesa.Percorro via Zebedia sino a piazzale Missori, dove arrivo infina alla fermata della M3 omonima.

Buon Divertimento.
Universita degli studi di Milano L'Università degli Studi di Milano (abbreviata in UniMi e nota anche come Università Statale di Milano o Statale di Milano) è una università statale italiana che ha sede nella città di Milano, fondata nel 1923, ed è la più grande istituzione universitaria milanese e della Lombardia, la cui sede centrale è oggi situata nell'edificio rinascimentale della Cà Granda, voluto dal Duca di Milano Francesco Sforza. È l'unico ateneo italiano a far parte della LERU (League of European Research Universities).
La Basilica dei Santi Apostoli e Nazzaro Maggiore o di San Nazaro Maggiore, è un luogo di culto cattolico del centro storico di Milano, situato nell'omonima piazza. Il complesso si compone della Basilica Apostolorum (in italiano: Basilica degli Apostoli), fatta edificare da sant'Ambrogio da Milano nel IV secolo, della rinascimentale Cappella Trivulzio e della Cappella di Santa Caterina. Dopo il 380, il vescovo Ambrogio promosse, a Milano, la costruzione di una serie di nuove basiliche, dedicate ciascuna ad una diversa tipologia di santi, (non esisteva ancora l'usanza di intitolare le chiese a un santo solo). Furono così costruite una basilica per i profeti (dedicata poi a San Dionigi, della quale si conosce solo la localizzazione vicino ai bastioni di Porta Venezia), una per i martiri (martyrum), che in seguito ospitò le sue spoglie e divenne la basilica di Sant'Ambrogio), una per le vergini (futura basilica di San Simpliciano) ed una per gli apostoli, san Nazaro in Brolo appunto. La Basilica degli Apostoli venne consacrata dallo stesso Ambrogio il 9 maggio 386. Con il ritrovamento del corpo di Nazaro il 10 maggio 395, si creò l'abside centrale, la cosiddetta Domus Nazarii, in modo da creare un sacello per la sepoltura del Santo in seguito rivestito con marmi libici donati, in seguito ad un voto, dalla nipote dell'imperatore Teodosio I, Serena, moglie di Stilicone, generale vandalo tutore dell'imperatore Onorio, che provvide ad abbellire anche il resto della chiesa.
La chiesa di Sant'Antonio abate a Milano è situata tra il Duomo e l'Università statale. Il monumento attuale è una riedificazione del periodo manierista (1582) (del cui stile costituisce una sorta di "museo milanese"), come nuova sede milanese di Chierici regolari Teatini. La prima costruzione della chiesa, secondo le testimonianze sorta su un tempio risalente al IV sec, risale al XIII secolo, ed ha dato poi il nome alla contrada in epoche successive. Il complesso venne edificato dopo il 1272 dai frati Antoniani di Vienne, che vi si dedicavano a curare gli ammalati di fuoco sacro. Quando però Francesco Sforza decise di riunire tutti gli ospedali nella 'Cà Granda' (l'Ospedale Maggiore progettato dal Filarete), il convento perse la sua funzione e fu dato come commenda alla potente famiglia dei Trivulzio, che la conservò dal 1452 sino alla seconda metà del Cinquecento. Si ipotizza che appartengano a questo periodo il bel campanile quattrocentesco, restaurato da Luca Beltrami, ed il primo chiostro in cotto, dei primi anni del XVI secolo. A partire dal 1565 l'azione del vescovo Carlo Borromeo fece di Milano uno dei centri principali della Controriforma: per il complesso di Sant'Antonio Abate ebbe inizio un nuovo periodo quando, nel 1577, esso fu affidato all'ordine dei Chierici regolari Teatini. I Teatini sistemarono i chiostri e diedero l'incarico a Dionigi Campazzo, uno degli architetti della Cà Granda, di ricostruire la chiesa secondo la tipologia controriformistica: la pianta è a croce latina con una sola navata, tre cappelle laterali per lato, un breve transetto, volta a botte ed un profondo coro a pianta rettangolare. L'opera venne conclusa nel 1584 (alcuni tendono tradizionalmente ad attribuire il processo al Richini). La decorazione pittorica si sarebbe sviluppata negli anni successivi seguendo le tendenze controriformistiche e le richieste dei Teatini attraverso i temi iconografici della esaltazione della Croce e dei santi dell'ordine. La decorazione ebbe inizio, a fine Cinquecento, dalla cappella delle reliquie, nel transetto di sinistra, di cui erano patroni i Trivulzio, dove ai resti sacri già posseduti dalla chiesa si aggiunse un frammento della Santa Croce portatavi dai Teatini. I Reliquiari si trovano dietro la tela sull'altare, copia da Palma il Giovane del Cristo che porta la Croce. Una seconda campagna decorativa ebbe inizio nel terzo decennio del Seicento: rimaneva da decorare la volta della navata, per la quale fu scelto il tema, caro ai Teatini, delle Storie della Vera Croce, coerente anche con l'importante reliquia conservata nella chiesa: gli affreschi, eseguiti tra il 1631 ed i 1632, durante l'infuriare di un'epidemia di peste, furono eseguiti dai fratelli Giovanni Carlone e Giovanni Battista Carlone. Anche gli affreschi dell'archivolto della cappella del transetto destro sono posteriori al 1630: vi si trova rappresentata la figura, fortemente scorciata dal basso, del Cristo in glora tra angeli di Tanzio da Varallo. Nel 1635 il giovane Francesco Cairo dipinse per la seconda cappella a sinistra lo Svenimento di S. Andrea Avellino, altra figura fondamentale per l'ordine ed il monastero milanese. Nella piazzetta davanti alla chiesa, anticamente si trovava (sino alla metà degli anni settanta del Settecento) una colonna con un tabernacolo di stile gotico, attribuita a Jacopino da Tradate. L'opera scultorea, alla caduta in disuso dell'ospedale ed al termine del ruolo dei frati locali, venne acquistata dalla famiglia Belgioioso, che la fecero rimontare nel loro castello. Nel 1899 passò al Castello Sforzesco. La chiesa e il complesso sono stati dichiarati recentemente monumento nazionale.
La chiesa di San Bernardino alle Ossa è un luogo di culto cattolico del centro storico di Milano. Nel 1127, nell'odierna via Brolo a Milano, venne edificato un ospedale davanti alla basilica di Santo Stefano Maggiore destinato alla cura dei lebbrosi, ed un cimitero per accogliere i corpi dei malati, presto insufficiente. Nel 1210 venne quindi costruita una camera destinata ad accogliere le ossa provenienti dal cimitero, al fianco del quale, nel 1269, sorse la primitiva chiesa. Nel corso del quindicesimo secolo l'edificio fu utilizzato per le proprie riunioni dalla confraternita dei Disciplini, il cui patrono era san Bernardino da Siena, appartenente allo stesso ordine, canonizzato nel 1450. A seguito del crollo del campanile di Santo Stefano nel 1642, la chiesa venne ristrutturata una prima volta nel 1679 da Carlo Buzzi (uno degli architetti della Fabbrica del Duomo di Milano), che intervenne principalmente sulla facciata dandole un aspetto di tipo "civile" e sull'ossario, che ebbe le pareti decorate da teschi e tibie umane, confacenti ai tempi che avevano visto pestilenze e carestie. Diversi anni dopo l'incendio, avvenuto nel 1712, che distrusse la chiesetta originaria, intervenne Carlo Giuseppe Merlo (anch'egli architetto della Fabbrica del duomo), aggiungendovi la grande chiesa a pianta centrale, dal momento che i Disciplini della Confraternita locale desideravano avere una chiesa più ampia che accompagnasse il culto dell'Ossario, ormai divenuto comune e molto diffuso nell'area. Questa chiesa fu collegata alla chiesetta originale, trasformata in ambulacro, attraverso un arco di trionfo. Quale santo patrono venne scelto san Bernardino da Siena. La facciata venne completata nel 1776 e benedetta dal cardinale Pozzobonelli.
La basilica di Santo Stefano Maggiore è un'antica chiesa di Milano. Inizialmente dedicata al profeta San Zaccaria, venne poi intitolata a santo Stefano nel X secolo. Nella sua storia ha subito numerosi interventi di ricostruzione, ampliamento e restauro. È chiamata anche Santo Stefano in Brolo (dal nome storico dell'area) o Santo Stefano alla Porta (in riferimento alla pusterla di Santo Stefano, ora non più esistente). Dal 1994, la Diocesi di Milano vi ha istituito la Cappellania Generale dei Migranti. Il 2 febbraio 2015 la Cappellania è stata canonicamente trasformata nella Parrocchia dei Migranti. Attualmente vi si celebrano Sante Messe in Lingua filippina dedicate ai fedeli provenienti da quello stato, residenti in Milano come pure in spagnolo soprattutto per i cristiani originari dell'America latina. È situata nell'omonima piazza Santo Stefano. Il primitivo edificio di culto, fondato intorno al 417 su iniziativa del futuro vescovo Martiniano Osio, fu distrutto da un incendio nel 1070. La chiesa venne ricostruita in stile romanico nel 1075. Il 26 dicembre 1476 fu teatro dell'assassinio del duca Galeazzo Maria Sforza giunto alla basilica per le celebrazioni del santo patrono, e si può leggere, incorporata nella pavimentazione, la targa commemorativa di tale evento storico immediatamente dopo il portale di ingresso. Pochi metri oltre, entro la chiesa, si può leggere una seconda targa: contiene la "Pietra degli innocenti" dove la tradizione vuole che siano le reliquie di quattro martiri cristiani risalenti alla fine del IV secolo. Il 30 settembre 1571 vi venne battezzato il pittore Michelangelo Merisi, meglio conosciuto come il Caravaggio. Il ritrovamento avvenuto nel febbraio 2007, fra i documenti d'archivio della basilica conservati nel Museo Diocesano del capoluogo lombardo, del certificato di battesimo del pittore ha messo definitivamente fine a una lunga disputa fra gli studiosi su quale fosse la sua vera città natale: Caravaggio in provincia di Bergamo o, appunto, Milano. A partire dal 1594 la chiesa ha subito una serie di interventi, tra cui: ampliamento dell'abside e dell'altare maggiore (inizio XVII secolo) allungamento delle navate e rifacimento della facciata (metà XVII secolo) dopo il crollo nel 1642, ricostruzione del campanile ad opera dell'architetto luganese Gerolamo Quadrio (fine XVII secolo) edificazione della sacrestia (inizio XVIII secolo) ammodernamenti di alcune cappelle (inizio XIX secolo) restauro dell'ordine inferiore (fine XIX secolo) Il pilastro che si trova di fronte al campanile è un residuo isolato del portico della chiesa di epoca medievale. Vi sono conservati i corpi dei santi Martiniano Osio, Ausano e Mansueto, arcivescovi di Milano, ivi deposti da tempo immemorabile. San Carlo Borromeo vi traslò pure i corpi dei santi Leone, Arsazio, Marino, Mamete e Agapito. Le vetrate dell'abside raffiguranti gli Evangelisti e quattro vetrate nelle cappelle delle navate laterali (Assunta, Vestizione di Santo Stefano, Annunciazione, Giudizio Finale) sono state realizzate tra il 1960 e il 1965 dalla pittrice vetratista Amalia Panigati. La vetrata rappresentante una Crocefissione, sopra l'altare dedicato alla Madonna Addolorata, è stata invece dipinta nel 1898 da Costante Panigati.
Chiesa Russa di S. Ambrogio
La basilica collegiata prepositurale di San Babila, conosciuta più semplicemente come San Babila, è un luogo di culto cattolico situato nell'omonima piazza a Milano, alla confluenza di corso Vittorio Emanuele II, corso Europa, corso Monforte e corso Venezia.San Babila fu il tredicesimo vescovo di Antiochia, successo a Zebennos probabilmente nell'anno 238. Morì martire sotto l'imperatore Decio nel 250, punito per il delitto di lesa maestà: aveva osato giustamente impedire all'imperatore Filippo, omicida, l'ingresso nel tempio. Insieme a san Babila morirono tre fanciulli: Urbano, Prilidiano ed Epolonio, figli di Teodula che li aveva affidati a Babila per educarli nella fede cattolica. Il culto di san Babila, assai diffuso in Oriente, arrivò ben presto anche in Occidente, soprattutto in Francia, in Svizzera e in Spagna. In Italia è venerato, oltre che a Milano, anche a Cremona e Firenze, come protettore di purezza e castità sacerdotale. Gli storici dell'arte e dell'architettura lombarda hanno accertato che la costruzione della basilica risale agli ultimi decenni del secolo XI, nei pressi delle mura storiche della città. Secondo la tradizione, l'edificio fu eretto sulle vestigia del «Concilium Sanctorum» («Concilio dei santi»), primitiva residenza del clero missionario orientale, sorto nel secolo VII sulle rovine di un tempio pagano dedicato al dio Sole. La chiesa e la piazza nel 1808 Nel corso dei secoli, la basilica di San Babila fu oggetto di svariate modifiche architettoniche. Nel 1826 le pessime condizioni ne suggerirono ad alcuni il progetto di demolirla. Tuttavia, tali progetti non si concretizzarono, anzi, tra il 1881 e il 1890 l'architetto Paolo Cesa Bianchi compì il restauro della basilica, riportandola alle forme originarie con l'aggiunta della facciata neoromanica, completata nel 1905 dall'architetto Cesare Nava (cfr. la chiesa del Santo Sepolcro). Il campanile, crollato nel 1575, fu riedificato nel 1821 in stile barocco con materiale proveniente dalla demolizione dei portoni della città in Corso di Porta Orientale e rivestito in stile neoromanico nel 1927. La basilica di San Babila è inserita nella storia profana e religiosa di Milano, ad essa sono legati il movimento civico del libero Comune e quello religioso della Pataria. Presso la basilica hanno avuto origine, con il concorso dei suoi Canonici, le gloriose «Cinque Giornate di Milano»: da qui i cittadini mossero verso il Palazzo del Governo in Corso Monforte (attuale sede della Prefettura) per ottenere la costituzione della guardia civica. La barricata di San Babila fu una delle più attive e la vicina Porta Orientale fu la prima sulla quale fu issata la bandiera tricolore. Della costruzione originale non rimane praticamente nulla. L'attuale edificio, infatti, è il risultato di notevoli trasformazioni architettoniche operate nel corso del tempo, in particolare tra la seconda metà del secolo XIX e la prima metà del secolo XX. La facciata della basilica, ricomposta in stile neoromanico, è della tipologia a salienti, con falde decorate da archetti pensili sotto i cornicioni e tre lesene in corrispondenza delle tre navate. I tre portali sono arricchiti da lunette a tutto sesto musive. Nella lunetta centrale è raffigurato, su sfondo dorato, Cristo benedicente con il libro dei Vangeli. Il portale centrale è sormontato da una grande trifora con capitelli scolpiti; sopra di essa, una finestra a forma di croce greca e due monofore a tutto sesto. In posizione arretrata, si eleva il campanile, costituito da un'alta torre a pianta quadrangolare con tre ordini di finestre: monofore al livello inferiore, bifore al livello mediano e trifore al livello superiore. Il coronamento è in cotto. L'interno della basilica, il cui assetto è da ricondurre ai restauri successivi al 1926, è costituito da tre navate separate da pilastri con semicolonne, sormontate da volte a crociera (navata centrale) e volte a botte (navate laterali). Tra la navata centrale e il presbiterio si eleva il tiburio ottagonale. Di notevole valore artistico sono i capitelli originali del secolo XI, che presentano forti somiglianze con quelli della basilica di Sant'Ambrogio. Lapidi cinque-seicentesche collocate sulla parete destra all'ingresso della basilica. L'affresco del catino absidale, raffigurante San Babila ed i tre fanciulli con lui martirizzati, fu realizzato nel 1890 da Luigi Cavenaghi. Le lunette fra gli archi laterali e la cupola, decorate con le figure del Redentore e della Vergine circondati da vari Santi, sono invece mosaici sovrapposti nel 1929 agli affreschi originali del medesimo autore. Nella cappella laterale destra, edificata nel 1500 per la custodia del Santissimo Sacramento, è attualmente conservata una pala d'altare raffigurante San Francesco d'Assisi, opera della fine dell'Ottocento di Giuseppe Bertini. La cappella laterale sinistra, simmetrica alla precedente, risale ai primi decenni del Seicento e conserva una pala d'altare raffigurante San Giuseppe, opera di Ludovico Pogliaghi, celebre autore della porta maggiore del Duomo di Milano. La seconda cappella laterale sinistra, ricostruita nel 1951, custodisce la pala d'altare dell'Addolorata, opera del pittore Augusto Colombo. L'attuale battistero, edificato nel 1937 su disegno dell'architetto Alfonso Orombelli, è impreziosito da un'alta pala bronzea raffigurante il battesimo di Gesù Cristo, opera di Fausto Melotti. Di notevole valore artistico è anche il coperchio bronzeo della vasca battesimale, decorato con angeli che reggono la veste in argento poggiante su un blocco di quarzo. All'interno della basilica vi è un organo a canne Zanin, realizzato completamente con sistema di trasmissione meccanico. Lo strumento, ispirato agli organi barocchi tedeschi, viene usato per le liturgie e per concerti.
La chiesa di San Carlo al Corso è un luogo di culto cattolico del centro di Milano, situato nell'omonima piazza, lungo il corso Vittorio Emanuele. Costruito in sostituzione della chiesa medievale di Santa Maria dei Servi, sede milanese dell'ordine dei Serviti, l'edificio attuale è un bell'esempio di stile neoclassico, ispirato al Pantheon romano, con significative somiglianze con la chiesa di San Francesco da Paola a Napoli, col colonnato di piazza del Plebiscito. L'architetto fu il monzese Carlo Amati (1832), autore anche del progetto definitivo della facciata del Duomo, anche se il cantiere fu effettivamente guidato nel 1838-1847 dall’architetto Filippo Pizzigalli. Il complesso sostituisce un antico convento dei Servi di Maria, fondato fin dal 1290, soppresso da Napoleone nel 1799. La nuova chiesa fu realizzata in ringraziamento della cessazione di un'epidemia di colera, e dedicata a San Carlo Borromeo, il grande vescovo milanese, che si era occupato delle grandi epidemie di peste del XVI secolo. L'intervento, risalente agli anni tra il 1814 e il 1847, creò un edificio a pianta circolare, preceduto da una bella piazza porticata e introdotto da un pronao su colonne corinzie. Nel progetto originario, al sagrato della chiesa avrebbe dovuto corrispondere, sull'altro lato della strada, un'esedra porticata. Nell'agosto del 1938 papa Pio XI l'ha elevata alla dignità di basilica minore. La chiesa di San Carlo è tuttora officiata dai Serviti, che hanno da anni accompagnato all'impegno religioso, una intensa attività culturale e assistenziale. Nel secondo dopoguerra le personalità più importanti sono state quelle di padre David Maria Turoldo e di Camillo De Piaz che lanciarono una associazione che prese l'antico nome di Corsia dei Servi. Intorno ad essa nacque una serie di attività che catalizzarono ampi consensi anche tra la borghesia milanese ed appoggiarono fortemente le iniziative a favore degli orfani di don Zeno Saltini e della sua Nomadelfia. Il successivo intervento della Curia frenò grandemente queste iniziative.L'esterno risalta per un colonnato frontale, che si estende ai lati formando una piazza quadrata, aperta sul Corso Vittorio Emanuele, composta da 36 grandi colonne corinzie monolitiche in granito di Baveno, poste su un'ampia gradinata. Il colonnato di compone di due portici laterali, con tre colonne ciascuno, e di un pronao centrale. Questo, come quello del Panthèon di Roma, è sorretto da otto colonne sul lato maggiore (ottàstilo). Il pronao è sormontato da un frontone triangolare privo di decorazioni, sormontato da una croce retta da due angeli. L'enorme cupola insiste sopra una struttura cilindrica (tamburo), abbellita da un'alternanza di semicolonne, finestre e nicchie, mentre la cuspide della lanterna è scandita da cariatidi angeliche che separano le finestre. Alle spalle della chiesa si erge il campanile che, con i suoi 84 metri, è il più alto di Milano. Interno Rotonda ed abside Il presbiterio All'interno domina la grande aula circolare contornata dal colonnato anulare in granito rosso che, come il Pantheon, sfiora le pareti, traforate da esedre che formano cappelle, di cui una appartiene all’originale antica chiesa conventuale, dedicata all’addolorata. Al centro tra le esedre, si apre un profondo presbiterio con una sua piccola cupola, colonne laterali ed una ornamentazione assai ricca. Sopra l'altar maggiore del XVIII secolo (proveniente dalla vecchia basilica), è collocato un Crocifisso ligneo di Pompeo Marchesi, allievo di Antonio Canova; sempre del neoclassico Marchesi è un bel rilievo marmoreo con San Carlo Borromeo che dà la prima comunione a san Luigi Gonzaga. Nei locali del convento adiacente la chiesa si conservano le pale d'altare dell' Orazione nell'orto, opera di Giovan Paolo Lomazzo, e quella dell'Assunta di Bernardo Zenale. Nel 1948-49 Giovanni Testori affrescò le vele. I dipinti non vennero però apprezzati per l'influenza così scoperta di Picasso e, a causa delle proteste della Sovrintendenza, Testori ritenne giusto il ricoprirle. Ancor oggi sono celate. Cappella del Beato Giovannangelo Porro[modifica | modifica wikitesto] All'interno della chiesa è sita una cappella contenente le spoglie mortali del Beato Giovannangelo Porro (1451-1505), membro della nobile famiglia milanese, monaco presso il convento dei Serviti di Santa Maria di Milano (oggi chiesa di San Carlo al Corso). La tomba si trova qui, nella chiesa oggi dedicata a San Carlo, in quanto San Carlo Borromeo sarebbe stato guarito da fanciullo per intercessione del beato ivi venerato. Nel portico a destra della chiesa rimane tuttora una vivace libreria, intitolata a San Carlo. Sulla cantoria sinistra del presbiterio, si trova l'organo a canne, costruito nel 1964 dalla ditta organaria milanese Balbiani-Vegezzi Bossi.
Il duomo di Milano è una chiesa, monumento simbolo del capoluogo lombardo e uno dei simboli d'Italia, dedicata a Santa Maria Nascente, situato nell'omonima piazza, nel centro della metropoli. Per superficie è la terza chiesa cattolica nel mondo dopo San Pietro in Vaticano e la cattedrale di Siviglia[2]. È la cattedrale dell'arcidiocesi di Milano ed è sede della parrocchia di Santa Tecla nel Duomo di Milano[3]. Nel luogo in cui sorge il duomo un tempo si trovavano l'antica cattedrale di Santa Maria Maggiore, cattedrale invernale, e la basilica di Santa Tecla, cattedrale estiva. Dopo il crollo del campanile, l'arcivescovo Antonio de' Saluzzi, sostenuto dalla popolazione, promosse la ricostruzione di una nuova e più grande cattedrale (12 maggio 1386), che sorgesse sul luogo del più antico cuore religioso della città[4]. Per il nuovo edificio si iniziò ad abbattere entrambe le chiese precedenti: Santa Maria Maggiore venne demolita per prima, Santa Tecla in un secondo momento, nel 1461-1462 (parzialmente ricostruita nel 1489 e definitivamente abbattuta nel 1548)[2]. La nuova chiesa, a giudicare dai resti archeologici emersi dagli scavi nella sacrestia, doveva prevedere originariamente un edificio in mattoni secondo le tecniche del gotico lombardo. Nel gennaio 1387 si gettarono le fondazioni dei piloni, opere colossali che erano state già progettate su disegno l'anno precedente. Durante il 1387 si continuarono gli scavi delle fondazioni e si continuarono i piloni. Ciò che fu fatto prima del 1386 venne tutto disfatto o quasi. Nel corso dell'anno il Signore Gian Galeazzo Visconti, assunse il controllo dei lavori, imponendo un progetto più ambizioso[4]. Il materiale scelto per la nuova costruzione divenne allora il marmo di Candoglia e le forme architettoniche quelle del tardo gotico di ispirazione renano-boema. Il desiderio di Gian Galeazzo era infatti quello di dare alla città un grandioso edificio al passo con le più aggiornate tendenze europee, che simboleggiasse le ambizioni del suo Stato, che, nei suoi piani, sarebbe dovuto diventare il centro di una monarchia nazionale italiana come era successo in Francia e in Inghilterra, inserendosi così tra le grandi potenze del continente. Gian Galeazzo mise a disposizione le cave e accordò forti sovvenzioni ed esenzioni fiscali: ogni blocco destinato al Duomo era marchiato AUF (Ad usum fabricae), e per questo esente da qualsiasi tributo di passaggio. Come testimonia il ricco archivio conservatosi fino ai giorni nostri, il primo ingegnere capo fu Simone d'Orsenigo, affiancato da altri maestri lombardi, che nel 1388 iniziarono i muri perimetrali. Nel 1389-1390 il francese Nicolas de Bonaventure venne incaricato di disegnare i finestroni[2]. A dirigere il cantiere vennero chiamati architetti francesi e tedeschi, come Jean Mignot, Jacques Coene o Enrico di Gmünd, i quali però restavano in carica per pochissimo tempo, incontrando una scoperta ostilità da parte delle maestranze lombarde, abituate a una diversa pratica di lavoro. La fabbrica andò quindi avanti in un clima di tensione, con numerose revisioni, che nonostante tutto diedero origine a un'opera di inconfondibile originalità, sia nel panorama italiano che europeo[4]. Inizialmente le fondazioni erano state preparate per un edificio a tre navate, con cappelle laterali quadrate, i cui muri divisori potessero fare anche da contrafforti. Si decise poi di fare a meno delle cappelle, portando il numero delle navate a cinque e il 19 luglio 1391 venne deliberato l'ingrossamento dei quattro pilastri centrali. Tuttavia c'era una crescente preoccupazione per la stabilità dell'intera struttura, per via di insufficienti masse inerziali da contrapporre all'azione delle spinte. Così nel settembre dello stesso anno venne interrogato il matematico piacentino Gabriele Stornaloco per definire la sezione trasversale e l'alzato, attraverso una precisa diagrammazione geometrica e cosmologica (lo Stornaloco era anche un astronomo e cosmografo). Il 1º maggio 1392 si scelse la forma delle navate progressivamente decrescenti per un'altezza massima di 76 braccia[2]. La costruzione del corpo basilicale[modifica | modifica wikitesto] Filippo Abbiati, San Carlo entra a Milano (1670-80) Nel 1393 fu scolpito il primo capitello dei pilastri, su disegno di Giovannino de' Grassi, il quale curò un nuovo disegno per i finestroni e fu ingegnere generale fino alla morte nel 1398. Nel 1400 prese il suo posto Filippino degli Organi, che curò la realizzazione dei finestroni absidali. Dal 1407 al 1448 egli fu responsabile capo della costruzione, che portò a termine della parte absidale e il piedicroce, chiuso provvisoriamente dalla facciata ricomposta di Santa Maria Maggiore[2]. Nel 1418 fu consacrato l'altare maggiore da papa Martino V[2]. Dal 1452 al 1481 fu a capo del cantiere Giovanni Solari, che per i primi due anni fu affiancato anche dal Filarete. Seguirono Guiniforte Solari, figlio di Giovanni, e Giovanni Antonio Amadeo, che con Gian Giacomo Dolcebuono costruì il tiburio nel 1490. Alla morte dell'Amadeo (1522) i successivi maestri fecero varie proposte "gotiche", tra le quali quella di Vincenzo Seregni di affiancare la facciata da due torri (1537 circa), non realizzata[2]. Nel 1567 l'arcivescovo Carlo Borromeo impose una ripresa solerte dei lavori, mettendo a capo della Fabbrica Pellegrino Tibaldi, che ridisegnò il presbiterio, che venne solennemente riconsacrato nel 1577 anche se la chiesa non era ancora terminata[2]. La questione della facciata[modifica | modifica wikitesto] Il Duomo nel 1745 circa Il Duomo nel 1933 Per quanto riguarda la facciata il Tibaldi disegnò un progetto nel 1580, basato su un basamento a due piani animato da colonne corinzie giganti e con un'edicola in corrispondenza della navata centrale, affiancata da obelischi. La morte di Carlo Borromeo nel 1584 significò l'allontanamento del suo protetto che lasciò la città, mentre il cantiere veniva preso in mano dal suo rivale Martino Bassi, che inviò a Gregorio XIV, papa milanese, un nuovo progetto di facciata[2]. Nel XVII secolo la direzione dei lavori vide la presenza dei migliori architetti cittadini, quali Lelio Buzzi, Francesco Maria Ricchino (fino al 1638), Carlo Buzzi (fino al 1658) e i Quadrio. Nel frattempo nel 1628 era stato fatto il portale centrale e nel 1638 i lavori della facciata andavano avanti, con l'obiettivo di creare un effetto a edicole ispirato a Santa Susanna di Roma[2]. A tal fine pervennero nel XVIII secolo i disegni di Luigi Vanvitelli (1745) e Bernardo Antonio Vittone (1746)[2]. Tra il 1765 e il 1769 Francesco Croce completò il coronamento del tiburio e la guglia maggiore, sulla quale fu innalzata cinque anni dopo la Madunina di rame dorato[5], destinata a diventare il simbolo della città. Lo schema della facciata di Buzzi venne ripreso a fine secolo da Luigi Cagnola, Carlo Felice Soave[6] e Leopoldo Pollack. Quest'ultimo diede inizio alla costruzione del balcone e della finestra centrale.
Il Museo del Duomo, di proprietà della Veneranda Fabbrica, è ospitato all'interno del Palazzo Reale di Milano, in Piazza del Duomo. Il Museo, con i suoi 2000 mq circa di superficie e le sue 26 sale, raccoglie il Tesoro del Duomo e le opere d'arte provenienti dalla Cattedrale e dai depositi della Veneranda Fabbrica. I pezzi della raccolta sono collocati in un percorso cronologico che permette di scoprire le fasi di costruzione della cattedrale, dalla sua fondazione nel 1386 fino al XX secolo.Il Museo del Duomo è stato inaugurato nel 1953, sotto la direzione dello studioso Ugo Nebbia, ma l'idea della sua realizzazione era già nata nel penultimo decennio dell'Ottocento dall'esigenza della Veneranda Fabbrica di non disperdere e di valorizzare tutto il materiale non in opera sul Duomo, legato alla sua storia e alla sua costruzione. Nel 1948, la Veneranda Fabbrica del Duomo aveva ottenuto la concessione da parte del Demanio di Stato di nove sale situate al piano terreno dell’ala più antica di Palazzo Reale, già dimora visconteo-sforzesca, sistemata dall'architetto Giuseppe Piermarini nella seconda metà del Settecento. Si ebbe così la sede idonea per ospitare ed esporre le opere da salvaguardare, la cui quantità era notevolmente aumentata dopo i danni inferti dai bombardamenti del secondo conflitto mondiale. Il degrado di molte opere d'arte, causato dall'inquinamento atmosferico, e la disponibilità di altro materiale proveniente da magazzini della Fabbrica o dalle sacrestie del Duomo, rese ben presto necessario un maggior spazio espositivo. Negli anni Sessanta del Novecento, il Museo è stato ampliato e riaperto con l'aggiunta di altre dieci sale concesse dal Comune di Milano, alcune delle quali di grande prestigio architettonico, completamente riallestite e riordinate dall'architetto Ernesto Brivio secondo un progetto storico-cronologico. Il 4 novembre 2013, in occasione della Festa di san Carlo Borromeo, il Museo ha riaperto dopo un ampio intervento di ristrutturazione e riallestimento secondo il progetto dell’architetto Guido Canali. Lo spazio espositivo del Museo del Duomo si articola lungo 26 sale espositive, su oltre 2000 mq di superficie, per un totale di 14 aree tematiche. Si tratta di un itinerario cronologico che consente di seguire tutte le fasi di costruzione della cattedrale dalla fondazione al XX secolo ed insieme di conoscere le diverse espressioni artistiche in essa riunite dalla fine del XIV secolo. Aprono il percorso le sale del Tesoro, seguite dalla Sala delle origini, dalle Sale dell’epoca viscontea contenti statuaria di impronta “gotica internazionale” e dalla Sala della piena età sforzesca. Di grande interesse è la successiva Sala delle vetrate, dedicata all'arte vetraria in Duomo. Testimonianza ampia e significativa è costituita dai pannelli dell’Antico Testamento. Nella Sala del pieno cinquecento si staglia La disputa di Gesù nel tempio, opera giovanile del Tintoretto, ritrovata nella sacrestia del Duomo dopo la seconda guerra mondiale e proveniente dalla collezione del Cardinal Monti. Le Sale borromaiche raccolgono testimonianze della grande azione riformatrice in Duomo di Carlo Borromeo e del cugino Federico. Di particolare rilievo sono le cinque tele monocrome per i rilievi dei portali di facciata, opera del Cerano. Sale a tema sono la Sala degli arazzi, con quattro dei sette arazzi donati da san Carlo Borromeo alla Veneranda Fabbrica del Duomo; la Sala della galleria di Camposanto, in cui sono raccolti i modelli e i bozzetti delle sculture e dei rilievi del Duomo; la Sala delle prove d’ingresso, una particolare serie di sculture in terracotta, saggi che gli scultori presentavano all'amministrazione della Fabbrica per poter lavorare al cantiere della Cattedrale; la Sala della Madonnina, ospita opere riferibili alla Madonnina, tra cui l’intelaiatura originale in ferro e il busto in legno di Giuseppe Antignati. In esposizione anche i bozzetti presentati dal Giuseppe Perego. Concludono il percorso espositivo le Sale dell’ottocento che raccoglie i modelli delle statue che rappresentano l’arte ottocentesca dal Neoclassicismo alla Scapigliatura, verso il Liberty. Nella sala sono anche esposti l’imponente S. Filippo Apostolo e un Telamone, entrambi provenienti dalla facciata; la Sala del Modellone con il modello ligneo del Duomo di Milano. Accanto i modelli delle semi facciate Castelli e Buzzi; la Sala del novecento in cui sono esposte le formelle della quinta porta del Duomo eseguite da Lucio Fontana e Luciano Minguzzi per il concorso. Il vincitore fu Minguzzi che eseguì la porta, posata in opera nel 1965.
Il palazzo Arcivescovile è un palazzo cinquecentesco di Milano, in parte modificato in forme neoclassiche a fine Settecento. Storicamente appartenuto al Sestiere di Porta Romana, si trova in piazza Fontana ed è la residenza ufficiale del Vescovo di Milano. Benché una sede arcivescovile esistesse dal XII secolo, il palazzo risale all'intervento di Carlo Borromeo nel XVI secolo, che volendo abitare stabilmente nel palazzo, ne ordinò un completo rifacimento. I lavori furono affidati come consuetudine dell'arcivescovo a Pellegrino Tibaldi, che iniziò i lavori di rifacimento dal 1565. Del precedente palazzo rimangono tracce di finestre e fregi in terracotta sulla facciata laterale in piazza Duomo, sulla facciata posteriore su via delle Ore, e nel portico di ingresso. La facciata deve il suo aspetto a Giuseppe Piermarini, che ristrutturò il palazzo nel 1784. L'elemento di maggior interesse è il portale manierista del Tibaldi. All'interno, degno di nota è il Cortile della Canonica, che con il doppio ordine di archi a tutto sesto in bugnato, esempio dell'austera architettura voluta dallo spirito della controriforma.
La galleria Vittorio Emanuele II è una galleria commerciale di Milano che collega piazza Duomo a piazza della Scala. Per la presenza di eleganti negozi e locali, fin dalla sua inaugurazione fu sede di ritrovo della borghesia milanese, tanto da essere soprannominata il "salotto di Milano". La galleria, costruita in stile neorinascimentale, è tra i più celebri esempi di architettura del ferro europea e rappresenta l'archetipo della galleria commerciale dell'Ottocento. Chiamata semplicemente "la Galleria" dai milanesi, viene spesso considerata come uno dei primi esempi di centro commerciale al mondo. La presenza di passaggi coperti di Milano intesi come portici risale alla città medievale: nel XIII secolo Bonvesin de la Riva annotava nelle sue Meraviglie di Milano la presenza di circa sessanta porticati nella città, allora chiamati "coperti". Con l'avvento degli Sforza prima e della dominazione spagnola poi, i porticati vennero progressivamente demoliti fino a lasciarne pochissimi superstiti, tra cui il coperto dei Figini che sarebbe stato paradossalmente demolito per la realizzazione della galleria Vittorio Emanuele II. D'altro canto Milano fu la prima città in territorio italiano e dell'Impero austriaco, con la galleria De Cristoforis, a dotarsi di un passage sulla moda di quanto stava accadendo nelle principali capitali europee dove si costruivano passaggi con copertura in ferro e vetro a carattere commerciale, come le galerie Vivienne di Parigi e Burlington Arcade di Londra. La galleria De Cristoforis rappresentò tuttavia un caso isolato e per trent'anni fu l'unica galleria di Milano: la città si presentava quindi all'unità d'Italia senza quella tradizioni di porticati e passaggi coperti più tipica di città come Torino e Bologna.L'idea di una via che collegasse piazza Duomo e piazza della Scala avvenne in conseguenza di uno dei tanti dibattiti che da tempo animavano la città, promosso nel 1839 da Carlo Cattaneo, circa il rifacimento della zona antistante al duomo di Milano definita da molti "non degna" della cattedrale della città. La viabilità della zona era inoltre tortuosa e intricata, basata com'era su strette vie di origine medievale e diveniva sempre meno gestibile col crescere del traffico cittadino. L'idea di dedicare questa nuova via al re Vittorio Emanuele II venne da un lato come conseguenza dell'entusiasmo per un'indipendenza ritrovata dall'Austria, ma dall'altro lato la giunta comunale sperava in questo modo di ottenere più facilmente i permessi per l'espropriazione dei caseggiati necessari all'opera, allora ottenibili tramite decreto reale. Le iniziali linee guida comunali per il progetto non prevedevano comunque un passaggio coperto, bensì una semplice strada porticata. Nel biennio '59-'60 furono firmati i tre decreti regi che la giunta comunale aspettava: uno per l'esproprio dei palazzi da demolire, uno per la demolizione del coperto dei Figini e del Rebecchino, caseggiati che occupavano allora l'attuale piazza Duomo e che dovevano essere abbattuti per dare alla piazza un aspetto più nobile, e un ultimo decreto per autorizzare una lotteria finalizzata a raccogliere i fondi necessari alla costruzione della nuova via. Progetto di Mengoni per l'area di piazza Duomo Ottenuti i permessi per le espropriazioni, il 3 aprile 1860 il Comune di Milano bandì il concorso di realizzazione per la nuova via, i cui progetti sarebbero stati valutati da una commissione appositamente stabilita: nonostante le polemica per una scarsa pubblicità fatta per il concorso dal Comune, al primo bando furono presentati un numero elevatissimo di progetti. Tra tutti, 176 furono selezionati dalla commissione ed esposti alla Pinacoteca di Brera: la commissione non decretò alcun vincitore al concorso, ma riformulò delle indicazioni più precise circa le forme del progetto, arrivando alla prima idea di un passaggio coperto e bandendo un secondo concorso nel febbraio 1861. Al secondo progetto giunsero alla fase di valutazione 18 progetti e anche in questo caso il concorso non vide un vincitore. Vennero tuttavia date quattro indennità ai progetti ritenuti più meritevoli: gli architetti Davide Pirovano e Paolo Urbani vennero menzionati rispettivamente per l'uso di un'architettura ispirata al Palladio e per l'architettura eclettica che fondeva forme lombarde e venete, ritenute però entrambe inadatte a contornare il duomo. Più graditi, pur senza risultare vincitori, furono i progetti di Gaetano Martignoni, in cui proponeva una galleria a croce greca per collegare le due piazze e infine Giuseppe Mengoni, che proponeva in un primo progetto una via ispirata ai palazzi comunali del XIV secolo. Fu così bandito nel 1863 il terzo e ultimo concorso in cui furono valutati solo otto progetti, tre su invito della commissione e cinque presentati spontaneamente, in cui fu decretato vincitore Giuseppe Mengoni, a condizione che fosse disponibile alla revisione di alcune parti del progetto: il Mengoni aveva inizialmente previsto una galleria unica, che verrà poi trasformata nell'effettivo progetto di una galleria a croce, assieme a una serie di piccoli dettagli stilistici che portarono alle forme attuali della galleria. Il progetto prevedeva inoltre l'erezione di un palazzo porticato frontale a piazza Duomo e una loggia reale di fronte all'ingresso della galleria comunicante con la manica lunga del Palazzo Reale: progetti che non vennero mai realizzati. Il palazzo di fronte al duomo avrebbe dovuto prendere il nome di palazzo dell'Indipendenza, in continuità con il motivo risorgimentale della galleria: al 1876 il progetto di costruzione non era ancora stato abbandonato, tanto che le fondamenta del palazzo erano già gettate, e non sarebbe stato accantonato assieme a quello della loggia del palazzo Reale fino alla morte del Mengoni.
Il Teatro alla Scala di Milano (citato spesso semplicemente come la Scala) è uno dei teatri più famosi al mondo: da oltre duecento anni ospita artisti internazionalmente riconosciuti, ed è stato committente di opere tuttora presenti nei cartelloni dei teatri lirici di tutto il pianeta. È situato nell'omonima piazza, affiancato dal Casino Ricordi, oggi sede del Museo teatrale alla Scala. Il teatro prende nome dalla Chiesa di Santa Maria alla Scala, a sua volta così intitolata in onore della committente Regina della Scala.La chiesa fu demolita alla fine del XVIII secolo per far posto al teatro (“Nuovo Regio Ducal Teatro alla Scala”), inaugurato il 3 agosto 1778 con L'Europa riconosciuta, dramma per musica composto per l'occasione da Antonio Salieri. A partire dall'anno di fondazione è sede dell'omonimo coro, dell'orchestra, del corpo di Ballo, e dal 1982 anche della Filarmonica. Le prime strutture deputate all'opera in Milano furono i teatri di corte che si avvicendarono nel cortile di Palazzo Reale: un primo salone intitolato a Margherita d'Austria-Stiria, moglie di Filippo III di Spagna, eretto nel 1598 e distrutto da un incendio il 5 gennaio 1708 e il Regio Ducal Teatro, costruito nove anni più tardi a spese della nobiltà milanese su progetto di Gian Domenico Barbieri. Per il palcoscenico di questi teatri furono commissionate opere di importanti compositori, tra i quali: Nicola Porpora (Siface), Tomaso Albinoni (La fortezza al cimento), Christoph Willibald Gluck (Artaserse, Demofoonte, Sofonisba, Ippolito), Josef Mysliveček (Il gran Tamerlano), Giovanni Paisiello (Sismano nel Mogol, Andromeda), Wolfgang Amadeus Mozart (Mitridate, re di Ponto, Ascanio in Alba, Lucio Silla). Santa Maria della Scala, Collegiata Regia, demolita per costruire il teatro, incisione di Marc'Antonio Dal Re del 1745. Il Nuovo Regio Ducal Teatro « Con mia grande sorpresa vidi che stavano demolendo una chiesa per far posto ad un teatro » (Thomas Jones) Il Teatro alla Scala fu costruito in conformità al decreto dell'imperatrice Maria Teresa d'Austria dopo che un incendio, divampato il 26 febbraio 1776, aveva distrutto il teatro di corte.Il progetto venne affidato al celebre architetto Giuseppe Piermarini, il quale provvide anche al disegno del “Teatro Interinale”, una struttura temporanea costruita presso la chiesa di San Giovanni in Conca, e del Teatro della Cannobiana, dalla pianta assai simile a quella della Scala, ma in dimensione ridotta, dedicato a spettacoli più “popolari”.La decorazione pittorica fu realizzata da Giuseppe Levati e Giuseppe Reina. Domenico Riccardi dipinse invece il sipario, rappresentante, pare su suggerimento del Parini, il “Parnaso”.Le spese per l'edificazione del nuovo teatro furono sostenute dai palchettisti del “Regio Ducale” in cambio del rinnovo della proprietà dei palchi. I lavori di demolizione della collegiata di Santa Maria iniziarono il 5 agosto 1776, il 28 maggio 1778 si svolsero le prime prove di acustica e il 3 agosto, alla presenza del governatore di Milano, l'arciduca Ferdinando d'Asburgo-Este, di Maria Beatrice d'Este, del conte Carlo Giuseppe di Firmian e del duca Francesco III d'Este, venne inaugurato il “Nuovo Regio Ducal Teatro” da 3.000 posti con la prima rappresentazione assoluta de L'Europa riconosciuta di Salieri.Il libretto, opera dell'abate Mattia Verazzi, fu pensato per dare spazio ad arie ricche di virtuosismi, ed è caratterizzato dai numerosi duetti, terzetti e complessi finali d'atto. La sera del 3 agosto, tra gli spettatori c'era anche Pietro Verri, il quale scrisse al fratello Alessandro, in quel periodo a Roma: «la pompa dei vestiti è somma, le comparse ti popolano il palco di più di cento figure e fanno il loro dovere... gli occhi sono sempre occupati». Particolarmente suggestivo risultò l'inizio in medias res, «mentre te ne stai aspettando quando si dia principio, ascolti un tuono, poi uno scoppio di fulmine e questo è il segnale perché l'orchestra cominci l'ouverture, al momento s'alza il sipario, vedi un mare in burrasca».Allietarono gli intervalli i balli Pafio e Mirra, o sia I prigionieri di Cipro, musica di Salieri, coreografia di Claudio Legrand, e Apollo placato, musica di Luigi de Baillou, coreografia di Giuseppe Canziani. Il teatro non era all'epoca soltanto un luogo di spettacolo: la platea era spesso destinata al ballo, i palchi venivano usati dai proprietari per ricevervi degli invitati, mangiare e gestire la propria vita sociale, nel ridotto ed in un altro spazio in corrispondenza del quinto ordine di palchi si giocava d'azzardo (tra i vari giochi figura anche la roulette, introdotta dallimpresario Domenico Barbaja nel 1805).[Fin dal 1788 era infatti severamente proibito giocare in città, con l'unica eccezione dei teatri in tempo di spettacolo. La facciata dal teatro raffigurata in due diverse incisioni storiche, una in rame del 1790 (sopra) e l'altra all'acquatinta del 1850 (sotto): si noti, in quest'ultima, il corpo laterale aggiunto nel 1835. La facciata dal teatro raffigurata in due diverse incisioni storiche, una in rame del 1790 (sopra) e l'altra all'acquatinta del 1850 (sotto): si noti, in quest'ultima, il corpo laterale aggiunto nel 1835. La facciata dal teatro raffigurata in due diverse incisioni storiche, una in rame del 1790 (sopra) e l'altra all'acquatinta del 1850 (sotto): si noti, in quest'ultima, il corpo laterale aggiunto nel 1835. Durante gli anni di dominazione austriaca e francese, la Scala era finanziata, oltre dagli introiti provenienti dal gioco, dalle stesse famiglie che avevano voluto la costruzione del teatro e ne conservavano la proprietà attraverso le quote dei palchi. Mentre i primi tre ordini rimasero per molti anni di proprietà dell'aristocrazia, il quarto e il quinto erano per lo più occupati dall'alta borghesia, che a partire dagli anni venti fa un massiccio ingresso in teatro. In platea, ed ancora di più in loggione, vi è un pubblico misto di militari, giovani aristocratici, borghesi, artigiani. La titolarità della gestione rimase principalmente in mano ad esponenti della nobiltà milanese (l'anno dell'inaugurazione i «Cavalieri associati» furono il conte Ercole Castelbarco, il marchese Giacomo Fagnani, il marchese Bartolomeo Calderara e il principe Antonio Menafoglio di Rocca Sinibalda), ma l'effettiva gestione era quasi sempre affidata a impresari di professione come Angelo Petracchi (1816-20), Domenico Barbaja (1826-32), Bartolomeo Merelli (1836-50), i fratelli Ercole e Luciano Marzi (1857-1861). Il problema maggiore nell'organizzare le stagioni era mantenere acceso l'interesse degli spettatori, molto spesso distratti, nei palchi, in altre faccende, o disturbati nell'ascolto della musica dal brusio proveniente dai tavoli da gioco accessibili da mezzogiorno fino a sera. Il 1º settembre 1778 avviene la prima assoluta di Troia distrutta di Michele Mortellari. Essendo lo sfarzo dell‘Europa riconosciuta a lungo andare economicamente insostenibile, già nel secondo anno di attività si diede spazio all'opera buffa, della quale il maggior interprete, il basso Francesco Benucci, calcò spesso le scene scaligere.[senza fonte] Il 1º gennaio 1779 ebbe la prima assoluta Venere in Cipro di Felice Alessandri, il 30 gennaio Cleopatra di Pasquale Anfossi ed il 26 dicembre Armida di Josef Myslivecek con Caterina Gabrielli, Luigi Marchesi e Valentin Adamberger.[senza fonte] Il 3 febbraio 1781 vi fu l'inaugurazione in ritardo per la morte di Maria Teresa d'Austria con la prima assoluta di Antigono di Luigi Gatti, il 1º ottobre di Il vecchio geloso di Alessandri, il 26 dicembre di Olimpiade di Francesco Bianchi,[senza fonte] il 14 settembre 1782 di Fra i due litiganti il terzo gode di Giuseppe Sarti con Anna Selina Storace e Benucci, il 26 dicembre di La Circe di Domenico Cimarosa con Giacomo David e l'8 gennaio 1783 di L'Idalide o sia La vergine del sole di Sarti.[22] Grande successo ebbero alla Scala i castrati, sopranisti e contraltisti, tra i quali si possono ricordare Gaspare Pacchierotti, Asterio nell'opera di apertura, Luigi Marchesi, Girolamo Crescentini, Giovanni Battista Velluti di lì a qualche decennio sostituiti dalle primedonne (tra le prime, le celeberrime Adriana Ferraresi Del Bene, Teresa Saporiti, Giuseppina Grassini, Teresa Bertinotti-Radicati, la Storace, Teresa Belloc-Giorgi, Angelica Catalani, Brigida Giorgi Banti, Isabella Colbran, Marietta Marcolini, Elisabetta Gafforini, Carolina Bassi, Elisabetta Manfredini, Adelaide Tosi, Benedetta Rosmunda Pisaroni, Isabella Fabbrica, Brigida Lorenzani, Henriette Méric-Lalande, Carolina Ungher, Giuditta Grisi, Giulia Grisi, Clorinda Corradi, Giuditta Pasta, Marietta Brambilla, Giuseppina Ronzi de Begnis, Maria Malibran ed Eugenia Tadolini). Quanto ai compositori, oltre a Salieri, forse imposto dall'alto e comunque raramente chiamato, si possono in questi primi anni ricordare Domenico Cimarosa, Giovanni Paisiello, Nicola Antonio Zingarelli, Luigi Cherubini, Ferdinando Paër, Johann Simon Mayr, Gioachino Rossini, Giacomo Meyerbeer. Il 26 dicembre 1787 vennero introdotte le prime "argantas" (un tipo di lampada), il 20 febbraio 1790 il teatro venne chiuso per la morte dell'imperatore Giuseppe II d'Asburgo-Lorena, il 1º marzo 1792 per la morte dell'imperatore Leopoldo II d'Asburgo-Lorena, il 15 maggio 1796 avvenne la prima di Chant de guerre de l'armée du Rhin (La Marseillaise) di Claude Joseph Rouget de Lisle, il 23 novembre 1797 la Repubblica Cisalpina vieta il bis delle arie d'opera al Teatro ed il 24 marzo 1799 il Direttorio abolisce il Palco reale. Durante la primavera e l'estate del 1807, le stagioni furono trasferite alla Canobbiana a causa di importanti lavori di rifacimento delle decorazioni interne, ridisegnate secondo il gusto neoclassico mentre nel 1814, a seguito della demolizione di alcuni edifici tra i quali il convento di San Giuseppe, venne ampliato il palcoscenico secondo il progetto di Luigi Canonica. Un grande lampadario con ottantaquattro lumi a petrolio, disegnato dallo scenografo Alessandro Sanquirico, venne appeso al centro del soffitto nel 1823.[23] Contrastanti furono le reazioni: contro i sostenitori dell'innovazione alzava la voce chi riteneva che il lampadario illuminasse troppo la sala, permettendo agli sguardi indiscreti di penetrare nell'intimità dei palchi. Il 7 settembre 1811 avviene il successo di I pretendenti delusi di Giuseppe Mosca con Marietta Marcolini e Claudio Bonoldi.[22] Dal settembre 1812 con il successo di La pietra del paragone di Rossini diretta da Alessandro Rolla con la Marcolini e Filippo Galli (basso) la Scala diventa il luogo deputato alla rappresentazione del Melodramma italiano fino ad oggi. Il 28 ottobre, 12 novembre e 19 novembre 1813 vi tiene dei concerti violinistici Niccolò Paganini ed il 29 ottobre avviene il successo della prima assoluta di Le streghe di Paganini. Il 16 giugno 1815, 5 e 7 marzo 1816 vi tiene dei concerti Paganini. Il 2 e 5 febbraio 1816 vi tiene dei concerti il violinista Charles Philippe Lafont. L'11 marzo 1816 Paganini e Lafont eseguono in concerto musiche di Rodolphe Kreutzer. Il 29 settembre 1816 Louis Spohr esegue la prima assoluta del suo Concerto n. 8 op. 47 In modo di scena cantata in la minore per violino e orchestra. Nel 1817 avviene il successo della prima assoluta di La gazza ladra di Rossini diretta da Rolla con Teresa Belloc-Giorgi e Galli e nel 1820 di Vallace o L'eroe scozzese di Giovanni Pacini con Carolina Bassi e Claudio Bonoldi e di Margherita d'Anjou di Giacomo Meyerbeer con Nicola Tacchinardi e Nicolas Levasseur. Il 1º aprile 1821 vi tiene un concerto il violinista Rolla. Negli anni venti fecero la loro comparsa le opere di Saverio Mercadante, di Gaetano Donizetti (nell'ottobre 1822 con Chiara e Serafina) e soprattutto del siciliano Vincenzo Bellini (nell'ottobre 1827 con il successo di Il pirata con Giovanni Battista Rubini, Henriette Méric-Lalande ed Antonio Tamburini diretti da Vincenzo Lavigna), sul quale Barbaja punterà negli anni della propria gestione. È percepibile però la "regia occulta" dell'editore Ricordi che, in forza del suo privilegio di copista prima, di editore poi, delle opere rappresentate alla Scala, oltre che del fondo dei manoscritti del teatro acquistato già nel 1825, influenzò fortemente la scelta dei compositori a cui venivano commissionate riprese e nuove produzioni. Nel 1828 vi fu il successo della prima assoluta di I cavalieri di Valenza di Pacini con la Méric-Lalande e Carolina Ungher, nel 1829 di La straniera di Bellini con la Méric-Lalande, la Ungher, Domenico Reina e Tamburini diretti da Rolla, nel 1833 di Caterina di Guisa di Carlo Coccia con Adelaide Tosi, Isabella Fabbrica e Reina diretti da Rolla e nel 1838 di La solitaria delle Asturie di Coccia diretta da Eugenio Cavallini. Nel 1830, le fasce tra gli ordini tra i palchi vennero decorate, sempre su indicazione del Sanquirico, con rilievi dorati e Francesco Hayez realizzò una nuova decorazione della volta della sala, visibile ancora nel 1875, quando fu sostituita da una decorazione a grisaille. Nel 1835, su progetto di Pietro Pestagalli, vennero aggiunti nella facciata due piccoli corpi laterali sormontati da terrazzi. Il Kaiserhymne (l'inno del Regno Lombardo-Veneto) ebbe la prima alla Scala nel 1838, alla presenza di Ferdinando I d'Asburgo e Maria Anna di Savoia.[senza fonte]
La chiesa di San Giuseppe è un edificio sacro di Milano. Fu realizzata tra il 1607 ed il 1630 su progetto di Francesco Maria Richini, che realizzò il primo edificio pienamente barocco di Milano, determinando il superamento del Manierismo accademico in voga sino ad allora. Richini, in uno spazio di ristrette dimensioni, introdusse una pianta combinata, composta da due spazi centralizzati derivati dalla chiesa di Sant'Alessandro in Zebedia; notevole è pure l'effetto plastico della facciata, decorata per mezzo di una serie di edicole sovrapposte e dove sono collocate statue ottocentesche. Il lato destro della chiesa si affaccia su via Andegari. Pare che il titolo della via derivi dal nome di una famiglia detta degli “Andegardi” o “undegardi”. Così l’antica cronaca di Goffredo da Bussero descrive la nascita della pavimentazione stradale di Milano. Si trattava di una smattonatura a spina di pesce. E proprio perché le dimore dei Torriani sorgevano in Porta Nuova l’opera prese avvio da questa zona. Quindi fu lastricata Porta Orientale e poi porta Comasina. Solo alla fine del Settecento l’ammattonato medioevale verrà sostituito da un selciato a ciottoli (in milanese chiamato “rizzata”), dotato di uno scolo centrale per le acque piovane.
L'Accademia di belle arti di Brera, nota anche come Accademia di Brera, è un ateneo pubblico con sede in via Brera 28 a Milano.L'Accademia venne fondata nel 1776 da Maria Teresa d'Austria con lo scopo di «sottrarre l'insegnamento delle belle arti ad artigiani e artisti privati, per sottoporlo alla pubblica sorveglianza e al pubblico giudizio»[senza fonte]. Il progetto dell'imperatrice prevedeva la creazione di un centro culturale gravitante attorno al secentesco Palazzo di Brera (divenuto di proprietà pubblica nel 1773) comprendente, oltre all'Accademia, l'Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, la Biblioteca Nazionale Braidense, l'Osservatorio astronomico e l'Orto botanico. I lavori vennero affidati all'architetto Giuseppe Piermarini, che ottenne, nello stesso anno, la prima cattedra di Architettura dell'Accademia. Manifesto pubblicitario per la IV Esposizione triennale (1900) Nel 1803 l'Accademia venne riformata nel quadro di un riassetto generale dell'insegnamento artistico; venne costituito il consiglio accademico, composto da trenta membri, che ampliò e definì le materie di insegnamento: Architettura, Pittura, Scultura, Ornato, Incisione, Prospettiva, Anatomia Artistica ed Elementi di Figura. Due anni dopo presero avvio le esposizioni annuali, destinate a diventare le più importanti manifestazione di arte contemporanea in Italia per tutto l'Ottocento[senza fonte]; in esse erano esposti lavori sia di studenti dell'Accademia, sia di altri artisti, italiani ed europei. Nel 1089, per adattare il complesso architettonico del Palazzo di Brera alla nuova funzione, venne demolita la facciata trecentesca della Chiesa di Santa Maria in Brera, opera di Giovanni di Balduccio di Pisa. Nel 1859, in occasione della visita a Milano di Napoleone III, viene collocata al centro del cortile di palazzo Brera, su un piedistallo marmoreo disegnato da Luigi Bisi, la statua in bronzo di Napoleone I in veste di Marte pacificatore, commissionata da Eugenio di Beauharnais nel 1807, fusa precedentemente a Roma intorno agli anni 1811-12 da un modello di Antonio Canova. Nel 1863 venne distaccato il Museo archeologico, mentre nel 1882 la Pinacoteca di Brera venne resa autonoma dall'Accademia, pur rimanendo collocata negli stessi spazi. Nel 1891 si distaccò dall'Accademia la Scuola di Architettura; nel 1923, con la riforma Gentile, venne istituito il liceo artistico. In quegli anni la scuola di scultura fu tenuta da Adolfo Wildt (cui succedettero Francesco Messina e Marino Marini) che ebbe tra i suoi allievi Lucio Fontana e Fausto Melotti, mentre per Funi venne istituita la cattedra di Affresco. Nel 1931 la Scuola di architettura viene trasferita al Politecnico di Milano. Una veduta dell'Isola Comacina nei primi decenni del novecento Nel 1911 il re del Belgio Alberto I ricevette in eredità, come segno di riconoscenza politica, l'Isola Comacina. Dopo un anno la donò allo stato italiano, il quale la diede in concessione all'Accademia di Brera allo scopo di farne un luogo di villeggiatura per artisti. Nel 1939 vennero realizzate allo scopo tre villette su progetto di Pietro Lingeri. Dopo la chiusura in tempo bellico, l'Accademia riaprì sotto la direzione di Aldo Carpi, nominato per acclamazione, con Guido Ballo in qualità di professore di storia dell'arte, accanto ai maestri di scultura Alik Cavaliere e Andrea Cascella, di pittura Mauro Reggiani, Domenico Cantatore, Pompeo Borra e Domenico Purificato.
La chiesa di San Marco è un luogo di culto cattolico di Milano che si trova nella piazza omonima posta all'angolo con via Fatebenefratelli e via San Marco. Secondo la tradizione la chiesa è stata dedicata a San Marco per riconoscenza dell'aiuto prestato da Venezia a Milano nella lotta contro il Barbarossa ma le prime notizie certe risalgono al 1254 quando Lanfranco Settala, priore generale degli Eremitani di sant'Agostino, fece costruire una chiesa gotica a tre navate inglobando costruzioni precedenti. La struttura non subì modifiche rilevanti sino al XVII secolo quando la chiesa, divenuta casa generalizia dell'ordine agostiniano, fu trasformata in forme barocche e divenne, dopo il Duomo, la più ampia di Milano. Nel XVIII secolo, come ricorda una targa, Mozart giovinetto dimorò nella canonica per tre mesi, Giovanni Battista Sammartini vi fu organista. Il 22 maggio 1874 venne eseguita per la prima volta la Messa da requiem di Giuseppe Verdi, che egli stesso diresse e che aveva composto per onorare lo scrittore Alessandro Manzoni nel primo anniversario della scomparsa.La facciata è frutto di un restauro del 1871 di Carlo Maciachini che mantenne il portale a tutto sesto in marmo con architrave, una galleria di archetti gotici, il portale e le tre statue soprastanti. Con il suddetto restauro, l'architetto cerco di ripristinare le caratteristiche originarie gotiche della facciata, eliminando le aggiunte e le modifiche successive. La facciata attuale è in stile neogotico, con struttura a salienti e paramento murario in mattoni rossi, con le lesene rivestite nella parte inferiore con blocchi di marmo. In basso, si aprono tre portali, ciascuno in corrispondenza di ognuna delle tre navate interne; mentre i due laterali sono sormontati da una trifora, quello centrale, strombato, è decorato con una lunetta musiva, copia dell'affresco originale di Angelo Inganni. Essa raffigura la Madonna col Bambino fra i santi Agostino, Marco ed Ambrogio. Nel mosaico, Sant'Agostino indossa la veste degli eremitani agostiniani anche se porta in testa la mitria. In mano tiene un libro aperto e con l'indice della mano destra ne addita il testo: "Hic me genuit in Christo". San Marco tiene in mano un piccolo leone alato (il suo simbolo), mentre Sant'Ambrogio riveste i paramenti con le insegne vescovili. Nella parte superiore della facciata, vi sono al centro un grande rosone e ai lati di esso due bifore ogivali. Al di sotto del rosone, si trovano, ciascuna entro una propria nicchia, tre statue marmoree di santi attribuite a Giovanni di Balduccio o al Maestro di Viboldone. Il campanile del XIV secolo è stato restaurato e completato nel 1885. Situato nei pressi dell'abside, è a pianta quadrata e termina con una cuspide conica. La cella campanaria, si apre sull'esterno con quattro bifore, una per ogni lato, con colonnina marmorea. L'interno della chiesa è a pianta a croce latina, con piedicroce suddiviso in tre navate coperte con volta a crociera da pilastri decorati con paraste corinzie, transetto sporgente e profonda abside semicircolare. La crociera è coperta da cupola circolare priva di tamburo. Il presbiterio è delimitato da una balaustra marmorea e sopraelevato di alcuni gradini rispetto al resto della chiesa. In esso si trova l'altare maggiore neoclassico. Questo è in marmi policromi con bassorilievi e decorazioni dorate, ed è caratterizzato dal tempietto circolare sorretto da colonne corinzie, ispirato al ciborio dell'altare maggiore del Duomo, sotto il quale si trova un tabernacolo.
Primo teatro stabile italiano, il Piccolo Teatro di Milano (Teatro d'Europa per decreto ministeriale nel 1991) fu fondato nell'immediato dopoguerra da Paolo Grassi, Aldo Valcarenghi, Mario Apollonio, Virgilio Tosi e Nina Vinchi. Il teatro consta attualmente di tre sale: la Sala Grassi (sede storica di via Rovello), il Teatro Studio Melato (spazio sperimentale che ospita anche la scuola di teatro), il Teatro Strehler (sede principale, inaugurata nel 1998). Dopo la morte di Giorgio Strehler, la direzione è stata affidata a Sergio Escobar. Direttore artistico era fino alla sua scomparsa il regista Luca Ronconi.Il 26 gennaio 1947 la Giunta municipale di Milano deliberò la trasformazione dell'ex cinema Broletto di via Rovello in sala teatrale, che doveva essere gestito direttamente dal Comune con il nome di Piccolo teatro della Città di Milano. L'inaugurazione avvenne il 14 maggio del 1947 con L'albergo dei poveri di Maksim Gor'kij Il Piccolo si proponeva, fin dall'inizio, di essere un teatro d'arte per tutti con un repertorio "misto": internazionale, ma allo stesso tempo legato alle proprie tradizioni. La punta di diamante della sua produzione è ancora oggi Arlecchino servitore di due padroni, uno spettacolo unico in Italia che porta il nome di Strehler e del Piccolo Teatro in giro per tutto il mondo dal 1947. Fino agli anni novanta, la sede del teatro era quella di via Rovello, 2 (oggi Sala Grassi); ma già dagli anni sessanta Strehler sognava un teatro nuovo e polivalente. Negli anni ottanta, leggendarie furono le sue continue dimissioni dalla direzione del teatro (nella speranza di riuscire a far muovere quelle gru ferme da dieci anni nei pressi del Castello Sforzesco). Nato come teatro della città di Milano, il Piccolo si trasformò presto in ambasciatore della cultura italiana sui palcoscenici di tutto il mondo. Per decreto ministeriale, nel 1991 gli è stato riconosciuto lo status di "Teatro d'Europa" ma solo nel 1998 è stato possibile completare il Nuovo Piccolo Teatro, (oggi Teatro Strehler), progettato da Marco Zanuso e Pietro Crescini. Deceduto nella notte di Natale dell'anno precedente, Strehler non poté vederne l'inaugurazione. L'apertura della nuova sala fu comunque segnata dalla messa in scena del Così fan tutte di Mozart, curata dal compianto regista barcolano. In occasione del sessantesimo anniversario del Teatro, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha concesso alla Fondazione "Ente Autonomo Piccolo Teatro di Milano-Teatro d'Europa" l'Alto Patronato per l'intero settennato del mandato presidenziale. La sede di via Rovello ha subito un restauro di tipo conservativo, che ha reso più confortevole e funzionale la sala (488 posti) e il palcoscenico. Nel progetto iniziale non era compreso il restauro del chiostro ma, dopo la scoperta di affreschi del Quattrocento riconducibili a Bramante e forse anche a Leonardo, è stato deciso di recuperare anche questo spazio. I lavori di restauro sono terminati nel dicembre del 2009.
L'arena civica Gianni Brera (prima del 2002 semplicemente Arena Civica) di Milano, opera dell'architetto neoclassico Luigi Canonica, è un impianto sportivo polifunzionale inaugurato il 18 agosto 1807, tuttora uno dei più notevoli monumenti della città. Dal gennaio 2010 è sede delle gare interne dell'Amatori Milano, storico club rugbistico cittadino, 18 volte campione d'Italia.Fu realizzata dall'architetto Luigi Canonica all'interno di un ampio progetto di ristrutturazione dell'area commissionatogli dalla Commissione di Pubblico Ornato, della quale egli era autorevole membro, sin dalla costituzione. Tale progetto andava a colmare parzialmente il vuoto lasciato dalla demolizione delle fortificazioni spagnole che avevano circondato il nucleo rinascimentale del Castello Sforzesco, sino agli abbattimenti ordinati da Napoleone nel 1800. Una prima proposta, quella dell'Antolini, era stata bocciata sin dal 1801 dal Buonaparte perché troppo costosa e sostituita da una, ben più modesta, disegnata dal Canonica, il quale aveva provveduto a sistemare il semiarco verso la città. Era rimasta interrotta, invece, la sistemazione dell'intera area retrostante, adibita a piazza d'armi, alla quale in quel 1805 si mise mano. Canonica venne incaricato del disegno di un grande edificio civico per le feste, gli spettacoli e le celebrazioni.Venne scelta la forma dell'anfiteatro, come richiamo alla tradizione imperiale romana, cui Napoleone esplicitamente si richiamava. Canonica disegnò ispirandosi al circo di Massenzio, situato fuori Roma sulla via Appia Antica, vicino alla basilica di San Sebastiano fuori le mura, forse il meglio conservato degli antichi monumenti romani. Ha forma ellittica, con una lunghezza di 238 metri e una larghezza di 116 e poteva contenere fino a 30.000 spettatori, ovvero poco meno di un quarto dell'intera popolazione di Milano dell'epoca. La struttura richiama quella tipica dei templi greci in antis con i due pilastri quadrangolari, posti agli estremi della facciata, tra i quali ci sono le colonne; queste però non sono due, come da tradizione, ma sono ben otto, cosa che contribuisce ad allargare l'intera struttura. Questo è probabilmente dovuto all'esigenza di dover contenere un elevato numero di persone, che una struttura più slanciata non avrebbe potuto fare. Particolare imponenza fu riservata alla realizzazione del pulvinare, il palco dove sedeva il monarca, e della porta principale. Per la costruzione furono impiegate le pietre ricavate dalla demolizione delle fortificazioni spagnole del Castello Sforzesco e gli avanzi del castello di Trezzo sull'Adda, cosicché la struttura venne realizzata interamente in pietra viva. Venne inaugurato, dopo soli due anni di lavori, il 17 dicembre 1807 con una grande naumachia, alla presenza di Napoleone.
L'Acquario civico di Milano fu istituito nel 1906, nell'ambito dell'Esposizione Internazionale di Milano ed è l'unico padiglione costruito nel parco Sempione a non essere stato smantellato una volta conclusosi l'evento. È il terzo acquario più antico d'Europa. Posizionato nell'attuale area del Parco Sempione, tra l'Arena Civica ed il Castello Sforzesco, in pieno centro, è stato oggetto per 3 anni di un lungo restauro che ha riportato l'esterno all'antico splendore e ha completamente rinnovato gli interni con nuove vasche, pur mantenendo l'interesse originale: offrire una dettagliata visione degli ambienti acquatici d'acqua dolce e marini italiani.La storia dell'Acquario Civico milanese prende il via nel 1906 quando a Milano si tiene una grande Esposizione Internazionale per festeggiare l'apertura del traforo del Sempione. Costruito su progetto dell'architetto Sebastiano Locati, l'Acquario viene inaugurato il 28 aprile del 1906, ed è considerato uno degli edifici di maggior pregio e significato del liberty milanese. Due anni dopo la sua inaugurazione, nel 1908, l'Acquario viene inoltre arricchito dalla costituzione di una Stazione di biologia e di bioidrologia applicata. L'Acquario continua la sua attività fino all'agosto del 1943 allorché, colpito dalle bombe anglo-americane, viene notevolmente lesionato. Nel 1952 cominciano i primi lavori di sistemazione che, nel 1960, divengono una vera e propria ristrutturazione. Questa ristrutturazione si occupò prevalentemente delle vasche e poco fece per la preservazione architettonica dell'edificio. Nel 1963 l'Acquario riapre e, sotto la guida del suo direttore Menico Torchio, ricomincia ad essere operativo sia dal punto di vista della ricerca scientifica sia di quello puramente ostensivo, rivolto al grande pubblico. Intorno agli anni ’90 si comincia a percepire la necessità di un ulteriore ammodernamento dello storico edificio e della concreta possibilità di una ridistribuzione di tutti gli spazi. Prende dunque il via nel 2003, ad opera degli architetti Piero De Amicis e Luigi Maria Guffanti (con la supervisione scientifica del direttore dell'Acquario, Mauro Mariani) la ristrutturazione dell'intero edificio che, terminata nella primavera del 2006, ha permesso di restituire alla città questo importante edificio notevolmente rinnovato, celebrandone, al contempo, i primi cento anni di vita.
L'Arco della Pace è un arco trionfale di Milano situato all'inizio di corso Sempione. Dedicato alla pace tra le nazioni europee raggiunta al congresso di Vienna, rappresenta uno dei maggiori monumenti neoclassici di Milano.L'arco della Pace fu in origine concepito come "arco della Vittoria" per celebrare la vittoria francese nella battaglia di Jena: venne solo successivamente dedicato alla pace tra le nazioni europee dall'imperatore Francesco I d'Austria una volta rimpadronitosi della città di Milano. L'opera, progettata da Luigi Cagnola, fu realizzata a partire dal 1807: i lavori vennero diretti dallo stesso Cagnola e supervisionati da Domenico Moglia, Nicola Pirovano, Francesco Peverelli[ e Bai Gio Battista, sotto la spinta del comune di Milano e di Napoleone[6]. L'opera era oramai a due terzi e diverse statue erano già terminate, come quelle della Storia e della Poesia, eseguite dal neoclassico Luigi Acquisti, quando con la caduta del Regno Italico il progetto venne abbandonato. Solo nel 1826 venne ripresa la riedificazione dell'edificio sotto l'imperatore asburgico Francesco I d'Austria, che ne mutò la dedica. Dopo la morte di Luigi Cagnola, avvenuta nel 1833, la direzione dei lavori passò nelle mani di Carlo Giuseppe Londonio che lo completò nel 1838, in tempo perché alla cerimonia di inaugurazione partecipasse Ferdinando I, Imperatore d'Austria e re del Lombardo-Veneto. L'8 giugno 1859, quattro giorni dopo la vittoria di Magenta, vi fecero il loro ingresso trionfale in Milano Napoleone III e Vittorio Emanuele II, fra le acclamazioni della folla. A seguito del passaggio di Milano dalla dominazione asburgica al Piemonte, le sole modifiche che furono apportate al monumento ormai concluso da oltre vent'anni, furono le nuove epigrafi dedicatorie poste sulla sommità degli archi:
Il Triennale Design Museum (TDM) è un importante museo che si trova a Milano all'interno del Palazzo dell'Arte in Viale Alemagna 6. Viene fondato nel 2007 dalla Triennale di Milano per valorizzare, conservare, illustrare e spiegare il design italiano con oggetti, persone, aziende, informazioni storiche, concetti e idee che hanno reso l'Italia punto di riferimento mondiale nel design industriale. Il museo si rinnova ciclicamente una volta all'anno e nel 2013 è arrivato alla 6ª edizione, ogni anno le esposizioni affrontano nuove tematiche, anche molto diverse fra loro, che hanno permesso di affrontare la progettazione in vista della produzione industriale sotto diversi punti di vista. L'edizione del 2012 è stata interamente dedicata alla grafica italiana. Si tratta del primo museo italiano dedicato al design ed è fra i più rilevanti al mondo.Il museo viene aperto ufficialmente al pubblico il 6 dicembre 2007, ma i lavori per la sua realizzazione iniziano nel 2004 e vedono una completa riqualifica dell'ala curvilinea al primo piano a cui si accede dallo scalone centrale del Palazzo dell'Arte; spazio scelto per mantenere ogni area della Triennale con una propria identità indipendente. I lavori terminano nel 2007[ senza ritardi e senza interrompere la normale attività della Triennale di Milano.Il progetto di un museo nazionale dedicato al design italiano si concretizza con un accordo fra Triennale di Milano e il Ministero per i beni e le attività culturali, la Regione Lombardia, la Provincia di Milano, il Comune di Milano e la Camera di Commercio di Milano. Hanno aderito anche Assolombarda, Fiera Milano, Politecnico di Milano, Fondazione ADI, Università IULM, Anfia, Cosmit.Il progetto definitivo viene approvato nel 2003 e viene anticipato da un restauro degli spazi pubblici a piano terra. I lavori veri e propri per la realizzazione dello spazio destinato al Museo del Design (nome iniziale proposto per il TDM) iniziano nel 2004: viene realizzata la Biblioteca del Progetto, l'Archivio Storico e il Centro di Documentazione; successivamente sono proseguiti con il restauro dell'area espositiva. Il progetto architettonico, la ristrutturazione del palazzo, e le opere di sistemazione e adeguamento del museo sono dell'architetto Michele De Lucchi. Contemporaneamente alla realizzazione dell'aera espositiva e agli spazi correlati, è avvenuta la progettazione e l'installazione del ponte d'accesso all'entrata: progettato anch'esso da Michele De Lucchi e realizzato dallo Studio Favero & Milan Ingegneria. Il ponte, realizzato in bambù, acciaio e vetro, collega il grande atrio centrale del palazzo al primo piano con l'entrata del museo costituita da una grande vetrina dove è ben visibile l'intera stanza centrale del museo stesso, al fine di valorizzare il museo stesso e richiamare la pubblica attenzione. Per la realizzazione del museo, la Triennale di Milano si è avvalsa dell'esperienza di Andrea Branzi e ha nominato direttrice e responsabile del museo stesso Silvana Annicchiarico che è anche conservatrice della Collezione Permanente del Design Italiano della Triennale di Milano.[8] Tutti gli spazi espositivi della Triennale sono stati adeguati agli standard museali internazionali, compresa la climatizzazione del Salone d’Onore.Il museo nasce con lo scopo di spiegare cos'è il design italiano, non solo da un punto di vista tecnico, progettuale ed estetico ma anche analizzando il contesto storico, sociale e la parte umana che lo compone. Insieme ai prodotti vengono presentate anche le persone, le aziende e i valori che hanno fatto grande l'Italian style nel mondo. Le installazioni sono sempre associate a messaggi dei progettisti e informazioni su essi o sulla storia dell'azienda che spesso ha influenzato un'intera area geografica attorno a sé. Il museo ha anche lo scopo di stimolare il visitatore nel comprendere e immedesimarsi nei panni del progettista, e di vivere in prima persona i passaggi che portano un'idea a diventare un oggetto di uso comune. Il rapporto fra persona e design è continuamente presente nel "concept" del museo, in tutte le sue edizioni, oltre a questo viene continuamente ricordato il rapporto fra contesto sociale, storico economico e culturale italiano e l'oggetto esposto, nonché l'eterno legame fra arte, funzionalità e design. Il museo inoltre ha anche la responsabilità e il compito di fare da centro nevralgico di tutti i "giacimenti" di design presenti sul territorio lombardo, principalmente milanese. Supporta e promuove direttamente anche alcuni musei d’impresa, collezioni pubbliche e private, come per esempio lo Studio Museo Achille Castiglioni. Lo scopo non è quindi quello di esporre molti oggetti per volta, ma pochi oggetti analizzati in modo profondo, per tale motivo il museo cambia ogni anno, con una nuova edizione che affronta una nuova tematica e nuovi concetti.
Il Castello Sforzesco è uno dei principali simboli di Milano e della sua storia.Fu costruito nel XV secolo da Francesco Sforza, divenuto da poco Duca di Milano, sui resti di una precedente fortificazione risalente al XIV secolo nota come Castrum Porte Jovis (Castello di porta Giovia o Zobia), e nei secoli ha subito notevoli trasformazioni. Fra il Cinquecento e il Seicento era una delle principali cittadelle militari d'Europa; restaurato in stile storicista da Luca Beltrami tra il 1890 e il 1905, ora è sede di importanti istituzioni culturali e meta turistica. È uno dei più grandi castelli d'Europa. I Visconti e gli Sforza Lo stesso argomento in dettaglio: Visconti e Sforza. Stemma di Galeazzo Maria Sforza, dipinto su un soffitto del castello La costruzione di una fortificazione con funzioni prettamente difensive fu avviata nella seconda metà del Trecento dalla dinastia viscontea, che deteneva la signoria di Milano da quasi un secolo, da quando nel 1277 l'arcivescovo Ottone Visconti aveva sconfitto nella battaglia di Desio e cacciato da Milano il precedente Signore, Napoleone della Torre. Nel 1354 l'arcivescovo Giovanni Visconti, morendo, lasciò in eredità il ducato ai tre nipoti Matteo II, Galeazzo II e Bernabò. Tra il 1360 e il 1370 Galeazzo Visconti fece costruire, a cavallo delle mura della città, in corrispondenza della Porta Giovia (o Zobia) una fortificazione detta, appunto, Castello di Porta Giovia, dal nome dell'antico ingresso della cinta delle mura romane dedicato a Giove. L'edificio venne ampliato dai suoi successori: Gian Galeazzo Visconti, che divenne nel 1395 il primo duca di Milano, Giovanni Maria e Filippo Maria, che per primo trasferì la corte stabilmente nel castello dal palazzo ducale che sorgeva presso il duomo (l'odierno palazzo reale). Il risultato è un castello a pianta quadrata, con i lati lunghi 200 m, e quattro torri agli angoli, di cui le due rivolte verso la città particolarmente imponenti, con muri perimetrali spessi 7 m.La costruzione divenne così dimora permanente della dinastia viscontea, per essere poi distrutta nel 1447 dalla neonata Aurea Repubblica Ambrosiana, fondata dai nobili milanesi dopo l'estinzione della dinastia viscontea avvenuta con la morte senza eredi legittimi del duca Filippo Maria. Fu il capitano di ventura Francesco I Sforza ad avviarne la ricostruzione nel 1450 per farne la sua residenza, dopo aver abbattuto la Repubblica ed essersi impadronito di Milano quale marito di Bianca Maria Visconti. Non essendo di nobili origini, e non avendo quindi un proprio blasone, mantenne quale stemma del proprio casato la vipera viscontea. All'epoca gli era pari solo il castello Het Steen di Anversa.Nel 1452 Filarete venne ingaggiato dal duca per la costruzione e la decorazione della torre mediana, che difatti tuttora viene chiamata Torre del Filarete, cui successe l'architetto militare Bartolomeo Gadio. Alla morte di Francesco Sforza, gli successe il figlio Galeazzo Maria che fece continuare i lavori dall'architetto Benedetto Ferrini. In questi anni fu avviata una grande campagna di affreschi delle sale della corte ducale, affidata ai pittori del ducato, di cui l'esempio più pregevole è la cappella ducale cui lavorò Bonifacio Bembo. Nel 1476, sotto la reggenza di Bona di Savoia, fu costruita la torre omonima. Il castello nel XVI secolo Nel 1494 salì al potere Ludovico il Moro e il castello divenne sede di una delle corti più ricche e fastose d'Europa, alla realizzazione della quale furono chiamati a lavorare artisti come Leonardo da Vinci (che affrescò diverse sale dell'appartamento ducale, insieme a Bernardino Zenale e Bernardino Butinone) e il Bramante (forse per una ponticella per collegare il castello alla cosiddetta strada coperta), mentre molti pittori affrescarono la sala della balla illustrando le gesta di Francesco Sforza.Di Leonardo resta in particolare la pittura di Intrecci vegetali con frutti e monocromi di radici e rocce nella Sala delle Asse, del 1498, mentre nulla rimane del colossale monumento equestre a Francesco Sforza, distrutto dai Francesi prima di essere completato. Negli anni a seguire il castello fu infatti danneggiato dai continui attacchi che francesi, milanesi e truppe germaniche si scambiarono; fu aggiunto un baluardo allungato chiamato "tenaglia" che dà il nome alla porta vicina e progettato forse da Cesare Cesariano, ma nel 1521 la Torre del Filarete esplose, perché un soldato francese fece per sbaglio esplodere una bomba dopo che la torre fu adibita ad armeria. Ritornato al potere e al castello, Francesco II Sforza ristrutturò e ampliò la fortezza, adibendone una parte a sontuosa dimora della moglie Cristina di Danimarca. Bernardo Bellotto, Castello Sforzesco di Milano, 1750 circa Sotto gli spagnoli e gli Asburgo Passato sotto il dominio spagnolo, il castello nel 1535 (governatore Antonio de Leyva) perse il ruolo di dimora signorile, che passò al Palazzo Ducale, e divenne il fulcro della nuova cittadella, sede delle truppe militari iberiche: la guarnigione era una delle più grandi d'Europa, variabile da 1000 a 3000 uomini, con a capo un castellano spagnolo.[4] Nel 1550 cominciarono i lavori per il potenziamento delle fortificazioni, con l'aiuto di Vincenzo Seregni: fu costruito un nuovo sistema difensivo di pianta prima pentagonale e poi esagonale (tipica della fortificazione alla moderna): una stella a sei punte portate poi a 12 con l'aggiunta di apposite mezzelune. Le difese esterne raggiunsero così la lunghezza complessiva di 3 km,e coprivano un'area di circa 25,9 ettari. Le antiche sale affrescate furono adibite a falegnameria e a dispense, mentre nei cortili furono costruiti pollai in muratura. All'inizio del Seicento l'opera fu completata con fossati, che separarono completamente il castello dalla città, e la "strada coperta". Quando la Lombardia passò dalla Spagna agli Asburgo d'Austria, per mano del grande generale Eugenio di Savoia, il castello conservò la propria destinazione militare. L'unica nota artistica del dominio austriaco è la statua di San Giovanni Nepomuceno, protettore dell'esercito austriaco, posta nel cortile della Piazza d'armi. Le modifiche napoleoniche Il progetto dell'Antolini (lato Porta Sempione) Con l'arrivo in Italia di Napoleone, l'Arciduca Ferdinando d'Austria abbandonò il 9 maggio 1796 la città, lasciando al Castello una guarnigione di 2.000 soldati, sotto il comando del tenente colonnello Lamy, con 152 cannoni e buone scorte di polvere, fucili e foraggiamenti. Respinto un primo, velleitario, attacco di un gruppo di Milanesi filo-giacobini, subì l'assedio francese, protratto dal 15 maggio alla fine di giugno. In un primo tempo Napoleone ordinò di ripristinarne le difese, per alloggiarvi una guarnigione di 4000 uomini. Nell'aprile 1799 questa dovette subire l'assedio delle rientranti truppe austro-russe ma, già un anno dopo, all'indomani di Marengo, il dominio francese venne ristabilito. Già nel 1796 era stata presentata una prima petizione popolare, che richiedeva l'abbattimento del castello, interpretato quale simbolo della 'antica tirannide'. Con decreto del 23 giugno 1800 Napoleone ne ordinò, in effetti, la totale demolizione. Essa venne realizzata a partire dal 1801, solo in parte per le torri laterali e in toto per i bastioni spagnoli, esterni al palazzo sforzesco, di fronte alla popolazione esultante. Nel 1801 venne presentato dall'architetto Antolini un progetto per il rimaneggiamento del castello in forme vistosamente neo-classiche, con un atrio a dodici colonne e circondato dal primo progetto di Foro Buonaparte: una piazza circolare di circa 570 metri di diametro, circondata da una sterminata serie di edifici pubblici di forme monumentali (le Terme, il Pantheon, il Museo Nazionale, la Borsa, il Teatro, la Dogana), collegati da portici sui quali si sarebbero aperti magazzini, negozi ed edifici privati. Esso venne respinto da Napoleone, il 13 luglio dello stesso anno, perché troppo costoso e, in effetti, sproporzionato ad una città di circa 150 000 abitanti. Venne quindi ripreso in considerazione un secondo progetto, presentato dal Canonica, che limitava l'intervento alla sola parte rivolta verso via Dante (che porta comunque il nome dell'ambizioso progetto: Foro Bonaparte) mentre la vasta area retrostante venne adibita a piazza d'armi, coronata, anni più tardi, dall'Arco della Pace, opera del Cagnola, a quel tempo dedicato a Napoleone. Dopo Napoleone Particolare della facciata interna, opera del Beltrami Pochi anni a seguire, nel 1815, Milano e il Regno Lombardo-Veneto, furono annessi nell'Impero d'Austria, sotto il dominio dagli austriaci del Bellegarde e il castello arricchito di cortine, passaggi, prigioni e fossati, divenne tristemente famoso perché durante la rivolta dei milanesi nel 1848 (le cosiddette Cinque giornate di Milano), il maresciallo Radetzky darà ordine di bombardare la città proprio con suoi cannoni. Durante i tragici avvenimenti delle guerre d'indipendenza italiane, gli austriaci si ritirarono per qualche tempo e i milanesi ne approfittarono per smantellare parte delle difese rivolte verso la città. Quando nel 1859 Milano è definitivamente in mano sabauda e dal 1861 parte del Regno d'Italia la popolazione invade il castello, derubando e saccheggiando in segno di rivalsa. Circa 20 anni dopo il castello fu oggetto di dibattito: molti milanesi proposero di abbatterlo per dimenticare i secoli di giogo militare e soprattutto per costruire un quartiere residenziale estremamente lucroso. Tuttavia prevalse la cultura storica e l'architetto Luca Beltrami lo sottopose a un restauro massiccio, quasi una ricostruzione, che ebbe come scopo far tornare il castello alle forme della signoria degli Sforza. Restauro che terminò nel 1905, quando venne inaugurata la Torre del Filarete, ricostruita in base a disegni del XVI secolo e dedicata a re Umberto I di Savoia, assassinato pochi anni prima. La torre costituisce anche il fondale prospettico della nuova via Dante. Nella vecchia piazza d'armi vengono inoltre messe a dimora centinaia di piante nel nuovo polmone verde cittadino, il Parco del Sempione, giardino paesaggistico in stile inglese. Il Foro Bonaparte è ricostruito a scopo residenziale anteriormente al castello. XX secolo Nel corso del XX secolo il castello viene danneggiato e ristrutturato dopo la seconda guerra mondiale; negli anni novanta fu costruita in piazza castello una grande fontana ispirata ad una precedentemente installata sul posto che venne smantellata negli anni sessanta durante i lavori per la costruzione della prima linea della metropolitana e non più rimessa dopo il termine dei lavori. Nel 2005 si è concluso l'ultimo restauro di cortili e sale. Descrizione Demolita, come si è detto, nel corso dell'Ottocento, la cinta di fortificazioni più esterna, detta "Ghirlanda", ciò che oggi si vede del castello è la parte più antica, di edificazione trecentesca e quattrocentesca. Questa struttura ha pianta quadrata, con lati della lunghezza di duecento metri circa. I quattro angoli sono costituiti da torri, ciascuna orientata secondo uno dei punti cardinali. Le torri Sud e Est, che incorniciano la facciata principale verso il duomo, hanno forma cilindrica, mentre le altre due, che incorniciano la facciata verso il parco, hanno pianta quadrata e sono dette "Falconiera" la Nord e "Castellana" la Ovest.Tutto il perimetro è ancora circondato dall'antico fossato, ora non più allagato. Il Castello Sforzesco visto dall'alto La facciata che pospetta verso il centro della città fu edificata alla metà del quattrocento durante la ricostruzione voluta dal Duca Francesco. Di tale periodo conservano il loro aspetto originario le due torri laterali rotonde, rivestite di bugnato a punta di diamante, che furono utilizzate nel corso dei secoli come prigioni, e dalla fine dell'Ottocento ospitano cisterne dell'acquedotto. Al loro interno si conservano ancora tracce delle segrete dove venivano rinchiusi i patrioti durante il periodo risorgimentale. Le merlature medioevali sono frutto del restauro ottocentesco; esse erano state infatti abbattute per far posto ai grandi cannoni e alle artiglierie che erano issate sulla cima delle torri e rivolte a minaccia della città, nei secoli in cui il castello ospitava la guarnigione austriaca, come si può vedere dai dipinti dell'epoca. La torre del Filarete La torre centrale, la più alta del castello, che ne costituisce l'ingresso principale, è detta Torre del Filarete, dal nome dell'architetto toscano chiamato a progettarla dal Duca Francesco I. Distrutta da uno scoppio all'inizio del sedicesimo secolo, fu ricostruita nei primi anni del Novecento al posto dell'originale scomparsa. La ricostruzione fu affidata all'architetto Luca Beltrami, e avvenne sulla base di raffigurazioni antiche quali furono rinvenute nello sfondo di una Madonna con Bambino di scuola leonardesca, oggi custodito all'interno del Castello, e di un antico affresco presente nella Cascina Pozzobonelli, oltre che sull'esempio di costruzioni coeve quali la torre del Castello Sforzesco di Vigevano. Nella struttura ricalca infatti gli elementi di quest'ultima, pur essendo edificata con proporzioni differenti che le conferiscono un aspetto più massiccio. Il poderoso maschio che ne costituisce la base, a pianta quadrata, è sormontato da un'alta fascia di merlature aggettante su mensole in pietra, che reggono i merli a coda di rondine. Su questo corpo, coperto da un tetto, se ne eleva un secondo più stretto, sempre terminante a merli ghibellini, sul quale Beltrami disegnò un orologio con al centro la cosiddetta "razza" viscontea, sole radiante che costituisce l'impresa di Gian Galeazzo Visconti, primo Duca di Milano. Segue un terzo corpo, sempre a base quadrangolare, con un'arcata a tutto sesto che si apre al centro di ogni lato che permette di vedere le campane contenute. A coronamento di tutto, una loggetta ottagonale sorregge un cupolino tondeggiante. A decorazione della torre fu posto, immediatamente sopra l'arcone d'ingresso, un bassorilievo in marmo di Candoglia con re Umberto I a cavallo, il sovrano assassinato presso la reggia di Monza nel 1901, cui fu dedicata la torre alla sua inaugurazione di tre anni successiva. Al di sopra è invece una statua di sant'Ambrogio nella sua iconografia tradizionale con le vesti arcivescovili e la frusta, affiancato dagli stemmi dei sei duchi di Milano della dinastia sforzesca: Francesco I, Galeazzo Maria, Gian Galeazzo, Ludovico il Moro, Massimiliano e Francesco II. La fronte posteriore e la "ponticella di Ludovico il Moro" La Ponticella di Ludovico il Moro, attribuita a Donato Bramante. La facciata posteriore è la più antica, trovandosi in corrispondenza dei fabbricati di epoca trecentesca innalzati da Galeazzo Visconti. È divisa in due dalla Porta del Barco, come era detta la zona boschiva situata nell'area dell'attuale corso Sempione, adibita a riserva di caccia. Sul fianco destro del Castello si apre la Porta dei Carmini, mentre più indietro si trova la cosiddetta Ponticella di Ludovico il Moro, una struttura a ponte che collegava gli appartamenti ducali alle mura esterne oggi scomparse. Le sue linee esterne, di purezza geometrica e grazia rinascimentale, si staccano nettamente dal resto della costruzione. Il suo progetto è infatti attribuito, pur senza riscontri certi, a Donato Bramante, che fu alla corte del Moro dalla fine degli anni settanta del Quattrocento. La sua fronte principale è costituita da una lunga loggia che ne occupa l'intera lunghezza, con un'alta trabeazione retta da esili colonnette in pietra liscia. Nelle salette di questo ponte narrano le cronache dell'epoca che si rinchiuse Ludovico a seguito del lutto per l'amatissima moglie Beatrice d'Este, chiamate poi per questo motivo "Salette Nere". Sul fianco sinistro, oltre la Porta di Santo Spirito, si trovano invece i resti di un rivellino che apparteneva alle fortificazioni della Ghirlanda, i cui resti sono in parte visibili anche nel lato prospettante su Parco Sempione. La piazza d'armi Il quadrilatero attuale del castello racchiude tre corti distinte: l'ampia piazza d'armi, così detta perché destinata ad accogliere le truppe di stanza nel castello, il cortile della rocchetta e la corte ducale, che costituivano invece l'effettiva residenza dei duchi prima,e poi dei governatori. Le due corti sono separate dalla piazza d'armi dal fossato morto, parte dell'antico fossato medievale in corrispondenza del quale sono le fondazioni del castello di porta Giovia. Il lato sinistro della piazza d'armi è occupato dal cosiddetto Ospedale spagnolo, fabbricato costruito nel 1576 per il ricovero dei castellani infetti da peste, restaurato nel corso del 2015 allo scopo di trasferirvi la Pietà Rondanini di Michelangelo. Il lato destro della piazza è invece adibito ad esposizione di reperti della Milano di epoca rinascimentale. In particolare sono stati qui rimontati i prospetti di due edifici quattrocenteschi demoliti all'inizio del novecento. Il prospetto sulla destra della porta dei carmini, con un portico a colonne e due sovrastanti piani con finestre ad arco, proviene dalla Malastalla, come erano dette le antiche prigioni milanesi, soprattutto destinate agli insolventi, poste in Via Orefici, soppresse nel 1787 quando i carcerati furono trasferiti nel Palazzo del Capitano di Giustizia[10]. Il prospetto con le sue originali decorazioni in cotto fu qui trasferito negli anni trenta a seguito della demolizione dell'antico fabbricato delle prigioni. Il prospetto a fianco invece apparteneva ad una dimora quattrocentesca di Via Bassano Porrone, distrutta nel 1902 con la risitemazione del Cordusio. La Rocchetta Al centro della piazza d'armi è la statua barocca di san Giovanni Nepomuceno, mentre al suo fianco una porta introduce al cortile della Corte Ducale, di forma rettangolare e con un porticato sui tre lati. Dal lato opposto vi è invece la Rocchetta, la parte del castello più inespugnabile nella quale gli Sforza si rifugiavano in caso di attacco. È costituita da una corte quadrata, con quattro lati dell'altezza di cinque piani. Originariamente aveva un solo ingresso, costituito da un ponte levatoio che scavalca il fossato morto permettendo l'accesso dalla piazza d'armi. Lo stretto passaggio verso la corte ducale fu aperto solo successivamente. I quattro lati della corte non sono uniformi né per stile e decorazione, né per epoca di costruzione. Le prime due cortine a sorgere furono quelle verso l'esterno del castello, e presentano un prospetto omogeneo. Un ampio portico corre a pian terreno sostenuto da colonne in pietra che reggono arcate a tutto sesto, mentre al di sopra si elevano tre ordini di finestre: una prima fascia di piccole aperture rettangolari, seguita da una fascia di ampie monofore ad ogiva ed un'ultima di monofore in scala minore, entrambe con cornici in cotto. Le ultime due ali, aggiunte all'epoca del Moro, presentano prospetti differenti: il lato verso la corte ducale è anch'esso porticato, presenta un quarto ordine di aperture, mentre il lato verso la piazza d'armi, non porticato, è caratterizzato da una fascia di archetti sostenuti da mensole in pietra. I recenti restauri hanno portato alla luce le originali decorazioni a graffio dell'intonaco delle facciate, e le cornici ad affresco delle aperture che simulano decorazioni in cotto. Di particolare bellezza sono gli affreschi a motivi decorativi sulle volte, ed i capitelli in pietra. Fra le decorazioni rinascimentali, essi presentano stemmi con le varie imprese dei Visconti e degli Sforza, fra cui: Interno della Rocchetta con la Torre di Bona di Savoia La colombina col motto “A bon droit” (a buon diritto), la cui invenzione è attribuita a Francesco Petrarca che fu ambasciatore di Gian Galeazzo, come augurio di pace e legalità per il ducato. Il Morso col motto “Ich vergies nicht” (io non dimentico), monito a frenare l'impulsività e l'arroganza. la Corona ducale attraversata da due rami intrecciati di palma e d’ulivo, simboli di pace e di umiltà, impresa di Filippo Maria Visconti. il Veltro, legato da una mano divina ad un albero, impresas di Francesco Sforza. La rocchetta è difesa da due torri: La torre di Bona di Savoia, fra la rocchetta e la piazza d'armi, e la torre del tesoro o della Castellana, all'angolo ovest del castello. La torre detta di Bona fu costruita nel 1477, durante la reggenza della duchessa piemontese rimasta vedova a seguito dell'assassinio del marito avvenuto il 26 dicembre dell'anno precedente, come è ricordato sul grande stemma in marmo apposto sulla torre. Essa appartiene alle opere di difesa costruite nel periodo di incertezza politica coincidente con il governo di Cicco Simonetta e della duchessa Bona, per conto del figlio Gian Galeazzo di soli sette anni. All'angolo opposto, la torre della Castellana fu detta anche del Tesoro in quanto nelle sale al piano terreno veniva appunto custodito il tesoro del ducato, consistente in monete e metalli preziosi, opere di oreficeria e gioielli descritti dagli ambasciatori dell'epoca che ne erano ammessi alla visita. A custodire la sala è un affresco con la figura di Argo, mitologico guardiano che non dormiva mai, chiudendo solo due alla volta dei suoi cento occhi. L'opera rinascimentale, che ha purtroppo perso la testa durante un rifacimento della volta della sala, risale alla fine del quattrocento ed è stata variamente attribuita a Bramante o al suo allievo Bramantino. La Corte Ducale Corte Ducale Gli appartamenti dei Duchi ed il fulcro della vita di corte in epoca rinascimentale erano situati in quella che oggi è detta Corte Ducale. La corte ha forma a U, e occupano l'area nord del castello. Essa fu edificata e decorata nella seconda metà del Quattrocento principalmente ad opera di Galeazzo Maria Sforza, che qui venne a risiedere a seguito del suo matrimonio con Bona nel 1468 fino alla sua morte, e di Ludovico il Moro che vi risiedette durante tutto il ventennio del suo ducato. Benché danneggiata e alterata nei quattro secoli successivi in cui fu trasformata in caserma, i restauri ottocenteschi ne hanno ricostruito l'aspetto e le decorazioni rinascimentali. i due lati più lunghi del cortile si presentano ricoperti da intonaco chiaro con decorazioni a graffio, su cui si aprono sui due piani monofore a ogiva con cornici in cotto decorate, restaurate sulla base dei calchi delle cornici meglio conservate. Affresco dell'elefante La parete di fondo è occupata dal cosiddetto Portico dell'Elefante, un armonioso porticato retto da colonne in pietra che ospita uno sbiadito affresco raffigurante animali esotici fra cui un leone e, appunto, un elefante. Sotto il portico è oggi posta la lapide, in caratteri latini, che sorgeva di fronte alla "Colonna infame" nell'odierna piazza Vetra, costruita nel 1630 e demolita nel 1778. La colonna fu eretta sul luogo della casa di Gian Giacomo Mora, ingiustamente accusato di avere diffuso la peste come "untore", e per questo torturato e giustiziato, come fu descritto da Alessandro Manzoni nella sua Storia della colonna infame. L'accesso al secondo piano avviene attraverso una scalinata posta a fianco della porta del Barco, costruita a piccole rampe in modo da poter essere percorsa anche a cavallo, che conduce alla Loggia di Galeazzo Maria, un elegante loggiato retto da eleganti ed esili colonnine, aperto sulla corte. Sul muraglione che divide la corte ducale dalla Rocchetta, è una piccola fontanella di gusto rinascimentale decorata con le imprese sforzesche e Viscontee. Un'atra fontana, a doppia vasca, in cotto, si trova nel cortiletto omonimo, scolpita su modello di un'acquasantiera della collegiata di Bellinzona.
La chiesa di Santa Maria presso San Satiro è un luogo di culto cattolico situato a Milano in via Torino, nel centro storico della città. È chiesa parrocchiale dell'arcidiocesi di Milano. Edificata alla fine del Quattrocento inglobando il sacello di San Satiro di epoca altomedioevale, costituisce uno dei capolavori rinascimentali di Donato Bramante, celebre per la prospettiva illusoria della "finta abside".Il sacello altomedioevale Il primitivo edificio di culto fu fondato dall'arcivescovo Ansperto da Biassono già prima dell'879 e si trattò di un sacello dedicato a san Satiro, fratello di sant'Ambrogio. Nel testamento di Ansperto, pervenuto fino a noi, si dispone che accanto alla chiesa fosse costruita una cella per monaci e un ospizio per pellegrini, retti dai Benedettini del monastero di Sant'Ambrogio. Il sacello subì ulteriori rimaneggiamenti quando venne ristrutturata la chiesa di Santa Maria nel tardo Quattrocento. All'epoca del Bramante risale infatti la decorazione esterna. È di epoca rinascimentale il rivestimento esterno, circolare, con le nicchie affiancate da lesene corinzie, che sorreggono un'alta trabeazione. Al di sopra della struttura a Croce greca, che si vede emergere dalla costruzione circolare, fu aggiunto il tiburio ottagonale, sormontato dalla lanterna. La decorazione in cotto è costituita dai cornicioni a motivi vegetali, dai capitelli delle lesene e dai tondi con teste scolpite caratteristici della tradizione milanese. Nel IX secolo venne costruito il campanile. La chiesa di Bramante La chiesa di Santa Maria fu invece costruita tra il 1476 e il 1482 per custodire un'icona ritenuta miracolosa. Il miracolo che si volle celebrare con la chiesa era il seguente: un'immagine della Vergine, che si trovava nella cappella medioevale, colpita da un giovane vandalo con un pugnale, avrebbe sanguinato. Il dipinto, risalente al XIII secolo, è oggi posto sull'altare maggiore della chiesa. Il committente fu, inizialmente, il duca Galeazzo Maria Sforza, che è raffigurato con la moglie Bona di Savoia nell'icona sull'altare. La costruzione continuò poi grazie al sostegno di Ludovico il Moro, alle offerte dei fedeli e dei nobili del tempo, quali il condottiero Gaspare Vimercati e del Marchese Stanga. La prospettiva illusoria del Bramante Tradizionalmente si ritiene che il progettista fu un giovane artista urbinate, da poco trasferitosi prima a Bergamo e quindi a Milano: Donato Bramante. Anche lo scultore e architetto Giovanni Battagio partecipò alla sua edificazione e ornamentazione a partire dal 1483, oltre al lombardo Giovanni Antonio Amadeo. Bramante, o forse l'Amadeo, pur avendo a disposizione un'area di piccole dimensioni, edificò un edificio di respiro veramente monumentale: un corpo longitudinale a tre navate, con uguale ampiezza tra navata centrale e bracci del transetto, entrambi coperti da poderose volte a botte con cassettoni dipinti che evocavano il modello di Sant'Andrea dell'Alberti. L'incrocio dei bracci presenta una cupola emisferica, caratteristico motivo bramantesco. L'armonia dell'insieme era messa a rischio dall'insufficiente ampiezza del capocroce che, nell'impossibilità di estenderlo per la presenza della strada che corre sul retro, venne "allungato" illusionisticamente, costruendo una finta fuga prospettica in stucco in uno spazio profondo appena 95 cm. La soluzione, considerata antesignana di tutti gli esempi di trompe l'oeil successivi, a dire il vero costituisce un esempio di "stiacciato" trasferito dalla scultura all'architettura. Nella sua perfetta costruzione prospettica, l'opera mostra l'influsso delle ricerche di Piero della Francesca e Donatello nel campo della rappresentazione illusionistica. Originariamente tutto l'edificio era decorato in bianco, azzurro ed oro, e l'impressione ottica doveva essere ricchissima. La decorazione interna Affresco carolingio nel sacello di San Satiro (IX secolo) Gli affreschi di Bergognone che ornavano le pareti laterali, rinvenuti nell'Ottocento sotto successive ridipinture, furono quasi completamente staccati e collocati alla Pinacoteca di Brera. L'antico sacello di San Satiro, a pianta circolare, venne in quegli anni rivestito da una decorazione in cotto e fu arricchito dal gruppo in terracotta con il Compianto su Cristo morto di Agostino de Fondulis. Lo stesso artista decorò anche, con espressivi busti in terracotta, l'anello alla base della cupola. La facciata Alla fine del Quattrocento fu iniziata la costruzione della facciata, che tuttavia si interruppe quando solo lo zoccolo era stato completato. I bassorilievi dell'Amadeo che vi erano inclusi sono ora conservati nel Museo d'Arte Antica del Castello Sforzesco. A partire dal 1870 l'architetto Vandoni elevò il prospetto attuale, in stile neorinascimentale.
La chiesa di Sant'Alessandro in Zebedia è un luogo di culto cattolico, situato nel centro storico di Milano. Essa è situata nel luogo dove la tradizione narra che fu tenuto prigioniero Sant'Alessandro martire. L'appellativo in Zebedia deriva dal nome del carcere in cui fu rinchiuso il martire, che appunto si chiamava Zebedia.L'architetto iniziale fu uno dei padri Barnabiti; la scelta della pianta centrale la si può considerare una delle ultime sperimentazioni su questo tipo di planimetria, i cui modelli vengono dal progetto di Bramante per San Pietro, recuperato tra i vari autori, tra i quali in questo caso si fa riferimento probabilmente all'Alessi. L'Alessi infatti risulta attivo a Milano, dopo il suo lungo lavoro a Genova dove aveva progettato la basilica di N. S. Assunta in Carignano. Nel caso di Sant'Alessandro si tratta di un recupero tardivo di tale impostazione, che viene modificata nelle linee ad esempio curvando i profili in facciata con i fastoni seicenteschi e la nuova modulazione del fronte. La costruzione ebbe inizio nel 1601 su un progetto del barnabita Lorenzo Binago, cui si affiancò, come perito per i dissesti statici, il più noto Francesco Maria Richino. La prima pietra della chiesa venne posata il 30 marzo 1602 dal cardinale Federico Borromeo, andando ad aggiungersi ai numerosi cantieri religiosi attivi nella Milano di quell'epoca, quali San Giuseppe, Sant'Angelo, Sant'Antonio abate, e naturalmente il Duomo. Con esse rappresenta uno degli esempi più precoci del Barocco milanese. La costruzione fu molto celere, tanto che la cupola era già terminata nel 1626. Fu terminata dal Richino nel 1658, mentre proseguivano i lavori di decorazione interna. Architettura L'interno e il presbiterio La chiesa di Sant'Alessandro è situata nell'omonima piazza, non lontana da via Torino. La facciata, decorata da bassorilievi, secondo il modello iniziale rinascimentale, è affiancata da due campanili. L'andamento del fastigio ricurvo le imprime una certa orizzontalità che esula dall'impostazione iniziale di questa tipologia rinascimentale. La parte inferiore, scandita da colonne e paraste in pietra che reggono il massiccio cornicione, è antecedente al 1620. Il coronamento superiore, leggero e ondulato, fu invece realizzato all'inizio del Settecento nello stile del barocchetto lombardo. La struttura a due campanili è considerata uno dei più illustri antecedenti della celebre facciata borrominiana di sant'Agnese in Agone. La monumentale fabbrica è costituita da un edificio a pianta centrale (croce greca) coperto da cupola cui è aggiunto un secondo corpo minore, anch'esso sovrastato da una cupola, che funge da presbiterio. La decorazione interna Camillo Procaccini, Adorazione dei pastori, 1615 Le opere pittoriche che decorano il ricco interno barocco sono una bella galleria di arte lombarda del '6-700, con tele di Camillo Procaccini (Assunta, nell'ultima cappella della navata destra - il Presepio, definito una delle migliori di questo autore, nella cappella di testa della navata destra - Crocefissione nella prima cappella a sinistra) e Daniele Crespi (Giovanni Battista martire e Salomè). Altra tela di pregio quella dell'Ossana, nella prima cappella a destra entrando. Il tempio contiene anche eccezionali opere d'arte applicata, rappresentate dai confessionali, dal pulpito, dal coro e dagli altari. Confessionale in pietre dure Il pulpito e i due confessionali posti di fronte all'altare maggiore sono spettacolari esempi d'arte barocca, interamente rivestiti da pietre dure intagliate. Risalgono al 1661, e sono attribuiti al celebre intagliatore Carlo Garavaglia, anche se in assenza di fonti specifiche. Queste opere mostrano contemporaneamente rigore geometrico nella definizione delle linee, e ridondante gusto barocco nella decorazione policroma delle pietre, che sembra ispirarsi a opere di intaglio tardomedioevale. In queste opere il forte impatto estetico è ottenuto principalmente attraverso il risalto attribuito alla rarità e bellezza dei materiali in sé, mentre i disegni si mostrano semplici e geometrici[1]. Le uniche decorazioni figurative presenti sul confessionale sono il volto di Cristo al centro e l'insolito motivo delle sue orme dei piedi nei pannelli laterali. il pulpito, successivo ai confessionali, mostra materiali ancor più ricercati nella copertura della colonna di sostegno, del parapetto e del baldacchino. In vari punti è presente il tema decorativo della melagrana, allegoria dell'eloquenza. le opere furono finanziate dal fratello dell'allora rettore dei barnabiti, il Marchese Alessandro Visconti di modrone. La prima cappella a destra è intitolata a san Pancrazio, già titolare dell'oratorio abbattuto per far posto alla chiesa. La tela al centro raffigura il Martirio di san Pancrazio, opera della seconda metà del Seicento di un allievo di Camillo Procaccini, Ossona. è invece settecentesca la decorazione a fresco con le quadrature architettoniche ed i putti. La ricca decorazione della seconda cappella, con l'altare in marmi liguri, fu elargita dalla marchesa Costanza Balbi Cusani, nobile genovese. L'intera decorazione ad affresco così come le tele risalgono alla seconda metà del Seicento e appartengono alla mano di Agostino Santagostino. La pala d'altare, firmata e datata 1677, è un'imponente macchina barocca che mette in scena la madonna con il bambino circondata da san Giuseppe, sant'Anna e san Giovannino attorniati da angeli, mentre dall'alto si protendono Dio padre e lo Spirito Santo. Completano l'altare l'Amor di Dio e il Timor di Dio firmate sul basamento da Stefano Sampietro (1626). Al centro della terza cappella spicca l'Assunta, opera tarda di Camillo Procaccini (1612), dai toni semplici, pacati e armoniosi. Conclude la navata destra la cappella della natività, con il capolavoro di Camillo Procaccini del 1615, Adorazione dei pastori. L'altare centrale è fra i più ricchi ed elaborati di Milano, opera di intaglio costituita da marmi pregiati, bronzo e pietre preziose. Fu donato dalla famiglia Visconti di Modrone e realizzato da Giovanni Battista Riccardi detto il Donnino nel quarto decennio del Settecento. Al centro, il rilievo con il Seppellimento di sant'Alessandro. Il grande coro dei Barnabiti, in noce, è decorato a colonnine tortili e a motivi vegetali. La navata sinistra si apre con la cappella del Crocefisso, che presenta un altare marmoreo seicentesco dalla sobria struttura classica, che presenta al centro l'austera pala di Camillo Procaccini, che concentra l'attenzione sulle tragiche figure che occupano interamente la scena, senza alcuna aggiunta di particolari fuorvianti, in piena osservanza ai dettami del Concilio di Trento in materia di opere pittoriche. La cupola antistante è dedicata alle sante penitenti. La decorazione del secondo altare, dedicato a Maria, si presenta più ricca degli altri: è ornato da due timpani, volute laterali, inserti in marmi policromi, bronzi e legno. Sulla volta dell'arcone antistante, la maestosa Gloria dei Profeti fu dipinta da Francesco Giuseppe Anguiano nel 1696. La terza cappella è decorata con la tela attribuita a Daniele Crespi con la Decollazione del Battista, capolavoro del secondo decennio del Seicento. Il momento della decapitazione di Giovanni è rappresentato avvolto nell'oscurità, spezzata da improvvisi accenti luministici che fanno emergere i numerosi personaggi. La luce si concentra principalmente sull'incarnato livido del martire al centro, dall'atteggiamento rassegnato, e sul drappo rosso che lo riveste. La luce scorre quindi sul sensuale seno di Salomè. I suoi lineamenti delicati e perlacei sono esaltati dal diretto confronto con la pelle scura e rugosa della serva ritratta accanto, secondo il ricorrente tòpos barocco. Restano invece immersi nelle tenebre il muscoloso carnefice che brandisce la spada e gli altri soldati che completano simmetricamente la scena. La decorazione della quarta cappella fu rifatta a metà dell'Ottocento quando ne fu modificata la dedicazione a sant'Alessandro Sauli, eliminando le opere dedicate a san Carlo. La sagrestia possiede una ricca e sontuosa decorazione ad affresco che ne copre la volta e le pareti al di sopra degli armadi intagliati, ad opera del Moncalvo e dei Fiammenghini. Il vastissimo ciclo di pittura ad affresco che ricopre completamente gli arconi, i voltini, e le sette cupole minori, ha il suo culmine nella cupola maggiore che rappresenta il Paradiso. Fu compiuta in quattro anni (1693-1697) da Filippo Abbiati e Federico Bianchi, con l'aiuto di Martino Cignaroli ed altri. Nei pennacchi è l'inconsuata rappresentazione di quattro virtù, Agilità, Sottigliezza, Impassibilità e Chiarezza. Sul tamburo, fra le finestre, vi sono episodi biblici. Il paradiso è rappresentato su ispirazione dei coevi modelli romani e napoletani, con particolare attenzione a Luca Giordano, attraverso una serie di cerchi concentrici che salgono verso la trinità, e raffigurano i santi barnabiti, i fondatori di ordini religiosi, vescovi, papi e santi. Organi a canne L'organo del transetto Organo Carrera-Tamburini Sulla cantoria in controfacciata, si trova l'organo a canne Tamburini opus 43, costruito nel 1911 riutilizzando la cassa e parte del materiale fonico del precedente organo Carrera, Lo strumento è a trasmissione mista, meccanica per i manuali e il pedale, pneumatica per i registri, ed ha due tastiere di 58 note ciascuna ed una pedaliera concava di 30. La ricca cassa barocca, in legno intagliato e dorato, presenta un cornicione sorretto da due telamoni ed una mostra in tre campi, ciascuno dei quali composto da canne di Principale con bocche a mitria allineate. Organo del transetto Nel braccio destro del transetto, si trova un secondo organo a canne, costruito nel 1987 dalla ditta organaria Dell'Orto & Lanzini; esso è la copia integrale di un prezioso strumento di Gottfried Silbermann del 1721 a Rotha, Lipsia. Lo strumento, a trasmissione integralmente meccanica, ha un'unica tastiera di 50 note ed una pedaliera dritta di 26 note.
Arrivo M3 Piazzale Missori

1 comment

  • Marco Bassi 25-feb-2016

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    Bel reportage.

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